Quella di Mario Andretti campione del mondo 1978 è una storia che non ti stanchi mai di ascoltare, tutta da rileggere e soprattutto rivedere anche da altre prospettive, sotto una luce diversa. Molto più tricolore e molto meno Usa. È quello che ha fatto Autosprint Collection in questo nuovo numero in uscita in edicola il 4 aprile e che a quarantanni dal trionfo dell'ultimo iridato della F.1 di lingua italiana. Come sempre per inquadrare meglio le questioni bisogna tornare alle origini, evitando di perdersi tra le pagine di un passaporto americano e nella pronuncia di un italiano ormai con l’intonazione a stelle e strisce.

Bisogna, insomma, ripartire da Montona il luogo natio di “Piedone”, ai giorni dell’esodo, all’Istria, quasi 400mila italiani costretti a fuggire, un pezzo d’Italia che non c’era più, inghiottito dalla Jugoslavia del Maresciallo Tito, scaraventato nelle foibe, cancellato dal trattato di pace del 15 settembre 1947.

«Dovevamo scegliere: mantenere i beni immobili in un posto che non era più italiano, oppure perdere tutto e spostarsi per rimanere tricolori. Non ci furono dubbi. Dovevamo restare italiani», racconta Mario tornando a quei giorni terribili. Prima di emigrare negli States, Andretti e la sua famiglia trovarono riparo in un campo profughi a Lucca senza mai avere dal governo italiano una reale opportunità, risposte concrete o prospettive certe per il futuro. Un destino, questo, comune alla stragrande maggioranza dei tanti disperati costretti a fuggire dall’Istria, dalla Dalmazia, da Fiume, dalla Venezia-Giulia. Per Piedone è stato subito chiaro che ci vuole più coraggio per affrontare la vita di tutti i giorni che per aggredire la curva di un ovale. Racconta che lui non ha mai avuto il tempo di avere paura e poi sottolinea: «Ho iniziato dal nulla, ho avuto la mia chance e ce l’ho fatta. C’è tanto del sogno americano in tutto questo, ma la mia vita resta il raggiungimento del sogno di un ragazzo italiano». Nella favola a lieto fine della sua carriera Andretti tiene a precisare che: «Si sono cittadino americano ma sia chiaro e sappiatelo: la terra natia e il sangue nessuno potrà mai cambiarteli. Per tutta l’esistenza resteranno tali e quali».

Faceva festa un pezzo d’Italia fuggito dalle proprie case nel 1978 quando Mario Andretti proprio a Monza in un giorno intriso nel dramma di Ronnie Peterson diventava campione del mondo di F.1. Quel pezzo d’Italia che ci fu tolta dopo la Seconda Guerra Mondiale si ritrovava a celebrare un proprio campione, a gioire. Certo quel giorno Piedone non dimenticava da dove tutto era partito anche se non sventolava la bandiera tricolore, come in precedenza avevano fatto ad esempio altri istriani o fiumani campione del mondo o campioni olimpici tipo Abdon Pamich o Nino Benvenuti che spiega: «L’essere istriano è un dono di natura, un dono che abbiamo avuto da quando siamo nati. Oggi sentirmi istriano è un onore che mi pregio di avere perché sono facente parte oltreché della storia anche del posto più bel del mondo». Un posto che nessuno può togliere dal cuore di Mario Andretti. «Negli Anni 60 ero ormai un campione affermato negli Usa ma nel mio sangue bolliva la voglia di lanciare la sfida all’Europa, di riportare a casa la mia storia: per questo ho corso in Formula Uno», ha ricordato. E poi aggiunto: «Non posso non pensare al fatto che io e Alberto Ascari restiamo a oggi gli ultimi campioni del mondo di F.1 di lingua italiana». Forse è arrivato il momento di sentire ancora un po’ più nostra quella vittoria di Andretti nel 1978, una vittoria molto più tricolore di quanto percepito nell’Italia di quarant’anni fa, dove la parola esule creava solo imbarazzo, silenzio, fastidio.