Da Maranello: Roberto Chinchero Questo è un estratto dall'intervista esclusiva pubblicata sul prossimo numero di Autosprint, in edicola da martedi 21 luglio, al Direttore Tecnico della Ferrari James Allison. A 47 anni James Allison è all'apice della sua carriera. Dopo la “gavetta”, che comprende cinque stagioni trascorse a Maranello dal 1999 al 2004, dallo scorso inverno è il direttore tecnico della Ferrari. È al timone tecnico più importante della F.1. Un ruolo che è stato negli anni di Forghieri, di Barnard, di Ross Brawn. Un ruolo che assorbe tutto, sabati, domeniche, notti e vacanze. Ma anche un ruolo che può regalare quelle famose “Gioie Terribili” che Allison ha già vissuto in un ruolo più marginale durante la sua prima esperienza con il Cavallino sul petto. Allison è un ferrarista nel cuore, è un “racer”, con un grinta che non è usuale in un ingegnere. E il suo titolo di studio emerge quando si parla di metodologie che non accettano compromessi. A dispetto magari di qualche decisione destinata a pagare nel lungo periodo, cosa impopolare in un contesto affamato di risultati come è la Ferrari attuale. Allison finora da d.t. ha fatto bene, ma il concetto di “far bene” quando si parla della Scuderia è molto particolare, al punto che nelle ultime settimane (complice due gare senza podi) è circolata qualche voce su una sua possibile partenza. Difficile da credere, un po’ perché Allison non è tipo da lasciare i lavori a metà, ma anche perché mentre lo attendiamo nella nuova sede della Ges di Maranello è a colloquio con Maurizio Arrivabene. Terminata la chiacchierata, i due escono dall’ufficio del numero uno del Cavallino sorridenti, con un’espressione davvero lontana rispetto ai “rumors” circolati. «Visto? – sorride Arrivabenesiamo ancora tutti insieme, e lo saremo a lungo». - Ma allora Ing. Allison, è vero o no che potrebbe cambiare aria? «Per prima cosa ho un contratto che mi lega a questa azienda ancora per diversi anni – ha subito chiarito - poi sono venuto in questa per ripetere l’esperienza di vincere con questa squadra, perché è una sensazione unica al mondo. Ho vissuto la vittoria Ferrari da giovane ingegnere, ed è stata un’esperienza pazzesca, visto che abbiamo vinto cinque mondiali. E la prospettiva di poter rivivere quei momenti nel ruolo che occupo oggi è qualcosa che vorrei davvero riuscire a fare, una questione di cuore. Voglio restare qui fino a quando non terminerò il mio lavoro e se Ferrari vorrà lo stesso sarò molto contento». - Lo scorso autunno la Ferrari ha visto una vera a propria rivoluzione sia tecnica che dirigenziale. Come ha vissuto la vigilia di questo campionato? «C’era pressione, ma a dirla tutta la pressione è costante in un lavoro di questo tipo, non soltanto sulle mie spalle ma su quelle di ogni componente dello gruppo tecnico. È un lavoro di prestazione: non ci si può nascondere quando la macchina non va forte come dovrebbe. Ho sempre visto la pressione come una aspetto positivo, perché ti obbliga a dare il massimo, a migliorarsi sempre di più. A dicembre 2014 sentivo la responsabilità che precede l’esordio di una macchina nuova, ma c’era anche una stagione che andava a cominciare con un nuovo gruppo di ingegneri, quindi un meccanismo da rodare». - Che bilancio fa di questa prima parte di Mondiale? «Positivo. Ovviamente nessuno in questa azienda sarà contento fino a quando non avremo vinto, fino a quando non avremo una monoposto vincente delle quale possiamo essere orgogliosi Però posso dire che questo gruppo è cresciuto molto partendo da un punto di partenza che non era dei migliori. Siamo migliorati, ma abbiamo ancora molto da fare». - Nel paddock la Ferrari è ritenuta la squadra che nel 2015 è cresciuta più di ogni avversario, eppure è bastato mancare il podio per due gare per finire già nel mirino. Come vivete questa situazione? «Siamo abituati. Lavoriamo per una squadra che dispone di piloti molto bravi, di un budget importante, di strumenti all’avanguardia: non abbiamo scuse, dobbiamo lottare per la vittoria. E quando non ci si riesce è una delusione per tutti. Chi lavora in Ferrari sa bene che se non si vince è molto probabile che ci saranno dei problemi. A Maranello tutti i dipendenti conoscono bene questo aspetto, e quando si decide di lavorare per la Ferrari, ci si prende la responsabilità di dover realizzare una vettura vincente. E credo che sarà sempre così». - Avete iniziato con un podio, poi subito una vittoria. Se il successo di Sepang fosse arrivato un po’ più avanti nella stagione, paradossalmente sarebbe stato meglio nella gestione delle attese di tifosi e appassionati. Concorda? «Forse nella gestione delle aspettative sì. Ma non si può certo rifiutare un successo quando arriva. Quella del Gran Premio di Malesia è stata una gioia incredibile, tornare al successo ci ha gratificato e dato una grande carica, ma ora non vedo l’ora di poterla rivivere. Se guardo quanto fatto da inizio stagione, credo che il lavoro abbia prodotto dei buoni risultati. Siamo migliorati di un secondo e mezzo al giro grazie allo sviluppo fatto sia sulla vettura che sulla power unit. Nella prima parte di stagione gli aggiornamenti sono arrivati molto velocemente rispetto alla concorrenza, quindi abbiamo ridotto molto il divario che c’era a Melbourne, disputando alcune gare con una performance molto consistente. Poi abbiamo visto che le squadre motorizzate Mercedes hanno compiuto un bel salto avanti a partire dal weekend di Montreal. E lì il gap si è allargato nuovamente. Ma se dovessi scommettere su cosa accadrà nella seconda metà di stagione, credo che torneremo a ridurre il nostro ritardo dalla Mercedes e che andremo meglio della Williams». (continua)... I dettagli rivelati da Allison li scoprirete nell'intervista integrale, pubblicata sul numero di Autosprint n.29 in edicola da martedi 21 luglio. as29