di Cesare Maria Mannucci In viaggio tra Austin e Città del Messico, Bernie Ecclestone il 28 ottobre ha compiuto 85 anni. A quell’eta Enzo Ferrari si era già chiuso da tempo nel suo eremo di Maranello, anche se ancora continuava a gestire a tempo pieno la sua azienda. Ecclestone invece continua a viaggiare per il mondo, a cercare nuovi paesi per organizzare i Gran premi, a gestire un business della F.1 oggi fortemente in crisi dal punto di vista sportivo e tecnico. Lo abbiamo incontrato a non per fare un viaggio nostalgico nella F.1, nei suoi ricordi più lontani. Con Bernie Ecclestone il passato serve solo per capire il presente, i problemi di ieri dovrebbero servire a risolvere quelli attuali. Che lui stesso ammette di non avere le armi giuste per risolvere. Parlare con Bernie, ascoltarlo, riflettere sulle sue valutazioni è un’esperienza senza prezzo, che arricchisce tutti. Perché sulle sue affermazioni, tutti dovrebbero riflettere e capire i rispettivi sbagli. Prima che il “gioco” della F.1 non si rompa definitivamente. - Quando hai deciso che le corse sarebbero state il tuo mestiere, la tua vita? «Io ho iniziato a correre in motocicletta e poi con delle piccole monoposto, non ricordo se si chiamavano F.500 o F.3 o qualche cosa di simile. Poi ero molto amico del pilota Stuart Lewis-Evans, gli ho dato una mano con la Connaught e con la Vanwall, ma le cose sono diventate davvero serie solo quando ho comperato la Brabham. In quell’epoca ero molto amico di Rindt e di Stewart, avevamo un team di F.2 insieme, facevamo molte cose insieme. Non mi reputavo il manager di Rindt, piuttosto un amico con il quale facevamo cose insieme e dividevamo la stessa passione». - Un pilota a cui sei legato particolarmente? «Penso ai due Carlos, Reutemann e Pace, poi ovviamente Stewart e Rindt. Ma con tutti i piloti ho sempre avuto buone relazioni. Ma non bisognerebbe essere troppi amici di un pilota perché poi se ha un incidente e muore, soffri troppo. Ma una volta le cose erano diverse, era normale avere rapporti amichevoli in questo ambiente. Oggi le persone quasi non si parlano più tra di loro, i rapporti sono gestiti per interposta persona. E i risultati si vedono. Ma voglio dire che ogni cosa che ho fatto non è mai stata mossa dalla necessità finanziaria come elemento prioritario. Gli aspetti economici sono sempre stati secondari e sono arrivati come conseguenza logica, perché si trattava di buone idee». - Ora i rapporti umani e professionali sono però più difficili e complicati... «Diciamo che prima in F.1 c’erano personalità più egocentriche, con alcune di loro non era affatto facile andare d’accordo, ma fondamentalmente ognuno credeva nell’altro, tutti eravamo spinti da una priorità comune: il bene e l’interesse della F.1. Tutti volevamo che fosse un bel prodotto, interessante, vendibile per le televisioni e gli sponsor, attrattivo per i fan. Oggi invece le persone coinvolte sono solo interessate ai propri interessi, e a quali vantaggi potranno ottenere, per loro e per la loro squadra. Per questo ci sono così tanti problemi». - Il momento più doloroso che hai affrontato in F.1? «Quando è morto Jochen Rindt (a Monza nel 1970, ndr) è stato davvero un brutto momento. Spesso penso al fatto che se avesse avuto lo stesso incidente oggi, con la sicurezza delle vetture e dei circuiti attuali, sarebbe sopravvissuto. Non si sarebbe fatto nulla e oggi sarebbe ancora vivo». - Spesso ti sei definito un eccellente venditore di auto usate... «È vero, e lo sono ancora. È un termine che si usa molto quello del venditore di auto usate, mspesso con valenza negativa, ma è sbagliato. Un venditore di auto usate può essere credibile. Una volta quell’ambiente e quello delle corse avevano molti punti in comune. Ma ora è cambiato pure quel business». - Qual è stato il periodo più bello della F.1? «Non posso parlare per tutti, ma direi quello compreso tra gli Anni ‘70 e gli Anni ‘90. Poi con l’arrivo dei Costruttori molte cose sono cambiate». L'intervista esclusiva completa all'uomo che da 40 anni gestisce il business della F1 è su Autosprint n.44 in edicola dal 3 novembre.