Le ragioni sono tante e sono diverse. Le ragioni del silenzio. Il silenzio che circonda la Ferrari e che la Ferrari circonderà lungo un inverno freddo, nebbioso e padano. Da una parte c’è il desiderio, persino il bisogno, di cacciar via l’anno che muore, così carico di sogni infranti, speranze disattese, rogne più o meno insistenti, amarezze e delusioni. Per certi versi, si è salvato il solo Raikkonen, non si capisce nemmeno se per meriti suoi o per demeriti del suo titolatissimo compagno di squadra. Il che comunque - con tutto il rispetto per Kimi – offre la misura del disagio. In aggiunta, nel momento della festa di fine stagione, un momento tutto sommato gioioso, con la cornice nobile di Daytona, ogni raggio di sole è stato offuscato dal tifone-Rosberg. Un annuncio tanto clamoroso da mettere in ombra lo smalto rosso della famiglia più celebre e celebrata del motorismo.

È IL MOMENTO DI MATTIA BINOTTO - Silenzio, dunque, attorno al quale si agitano speculazioni e proiezioni inevitabili. Dato il casato, appunto, date le premesse e data, soprattutto, la fame di chi aspetta e spera. Di chi aspetta a gufa. È il momento, è la stagione, di Mattia Binotto, un giovane uomo (Losanna, 3 novembre 1969) al quale il silenzio non dispiace affatto, come avrà capito chiunque, viste le parole, ai minimi termini, pronunciate dal momento della nomina a responsabile tecnico Ferrari (27 luglio 2016). Cosa che, in questa epoca di sceneggiate e fuffa, ha offerto campo libero a una platea di sedicenti intenditori votati al pessimismo. Le perplessità riguardano il passato, inglobano il presente, permeano il futuro. Si concentrano sulle competenze accumulate (un motorista, non un telaista, non un disegnatore), sulla squadra che sta gestendo (nemmeno una star da pista), sulla tendenza dello stesso Binotto a muoversi dietro le quinte piuttosto che sulla ribalta (niente interviste, TV a quota pressoché zero). 

LA SCELTA DI MARCHIONNE - Il fatto che una vecchia volpe come Sergio Marchionne abbia deciso di scegliere proprio lui come riferimento primo, è parso a molti come una mossa azzardata. Pur senza avere alcuna misura delle informazioni in possesso del Presidente. Uno che non pare proprio l’ultimo della pista in fatto di intuizioni, a meno che non si stia qui per tutta la vita a colpevolizzare Marchionne per l’abbaglio preso lo scorso inverno. Un abbaglio emanato all’interno della stessa Ferrari, ovviamente, cosa niente affatto trascurabile. È vero, Binotto è un motorista. Non progetta motori. Eppure sotto la sua gestione il reparto motori di Maranello ha compiuto l’unico balzo in avanti certo del 2016. Dunque, oltre a Raikkonen, nel conto dell’attivo va messa anche la power unit Ferrari. Curiosamente, allo stesso Binotto, il motorista, quello che non ha esperienza e non sta in vetrina, Luca Cordero di Montezemolo e Stefano Domenicali assegnarono il compito di supervisionare la completa e complessa ricostruzione della Gestione Sportiva.

IL RAGAZZO SA CAVARSELA - Un lavoro estraneo alle competenze supposte e svolto con assoluta brillantezza. Il che ci porta a pensare che il ragazzo sappia cavarsela in mezzo a guai di natura diversa. Che sappia, soprattutto, fare squadra, scovare competenze sopite o frustrate o nascoste per farle fruttare. Ovvio, non basta mica, non basterà. Infatti Binotto si trova, forse per la prima volta, a dipendere in maniera marcata da talenti altrui. Il tutto, però, in un’epoca tecnologica che premia un sistema operativo più di una individualità brillante, come spiegano indirettamente Mercedes e Red Bull, dove persino una eccellenza come Newey, è stata per così dire inserita in un gruppo di lavoro che funziona. 

DIFENDERE E TUTELARE - Forse Binotto è stato costretto a prendersi una patata davvero bollente. Di sicuro fatica e faticherà a misurarsi con problemi enormi. Può capitare che non riesca a portare in pista una Ferrari vincente. Ma di sicuro non rischia di fare cattiva figura. E non ha alcun senso metterlo all’angolo ora. Anche considerando qualità che brillano solo dentro le mura della Ferrari, parole che non escono dalle mura della Ferrari. Certo, andrà difeso, servirà tutelarlo proprio all’interno, a cominciare dal tempo concesso per una vera ristrutturazione, se possibile rintuzzando frenesie da ansia al galoppo. Ma chi conosce Binotto davvero, chi ha lavorato con lui lungo un percorso in realtà molto articolato e per niente deludente, non dubita affatto sulla sua straordinaria capacità di trovare il modo di mettersi in relazione e di mettere in relazione.

IL SILENZIO VA APPREZZATO - È poco? Forse. Ma è anche ciò che alla Ferrari è mancato in questi anni. Così, possiamo trattare il silenzio di oggi, suo di certo, con un pizzico di entusiasmo a fondo perduto. Lo stesso che Binotto usa da molti anni. Ci voleva? Oh, sì. Intanto e di sicuro, sì. Non è detto che dentro ogni silenzio si nasconda un tesoro, ma di certo ogni tesoro cresce nel silenzio.