Sbaglia chi si sorprende per il “licenziamento” di Ecclestone dalla F1. Era un’uscita scontata (e anche un poco annunciata). In fondo Bernie ha venduto l’intero business della F1 (che era di proprietà del fondo inglese CVC) a una società americana, Liberty Media. Gli americani hanno sborsato la bellezza di 7,5 miliardi di euro per diventare padroni della F1: era ovvio e scontato che avrebbero deciso di comandare loro in prima persona e non delegare nessuno della vecchia proprietà. Il nuovo padrone entra in casa e comanda; il vecchio capo va a casa. È una regola semplice e spietata nel mondo degli affari. 

Forse Ecclestone si era illuso di poter ripetere con gli americani il giochino che gli era riuscito già due volte negli ultimi 15 anni. Quando vendette la proprietà della F1 (che deteneva mediante la sua società Slec) prima nel 2000 al magnate tv tedesco Kirch e poi nel 2006 al fondo di investimenti inglesi CVC, restandone comunque il capo e l’amministratore. In entrambi i casi Bernie aveva convinto il nuovo proprietario che l’ideale era che fosse  Bernie stesso - che conosceva bene i Gran Premi e le corse - a continuare a gestire il business F1 per conto del nuovo padrone. E costui, Kirch o CVC che fosse, che di F1 e corse non ne capiva molto, era stato ben disposto a lasciar guidare l’attività all’uomo che l’aveva costruita e fatta crescere nei trent’anni precedenti. 

Con gli americani di Liberty Media è stato invece diverso, perché hanno un concetto dello sport-business molto differente da quello di Ecclestone. Bernie negli ultimi quindici anni ha sempre mirato ad accumulare più soldi possibile per la proprietà della F1 monetizzando gli accordi con televisioni e organizzatori. Ha cominciato strappando alle tv commerciali contratti sempre più costosi (la RAI 10 anni fa pagava 17 milioni di dollari, oggi Sky quasi 50); e ha continuato facendosi pagare sempre di più dai circuiti e paesi esotici per portare lì i Gran Premi; a tal punto che la richiesta fatta ai circuiti per ospitare la F1 è salita dai circa 12/15 milioni di dollari dei primi anni Duemila fino anche ai 60 milioni che pagano attualmente paesi come Baku e Abu Dhabi per ospitare un GP.

I nuovi proprietari invece hanno fatto capire di avere una visione diversa: badano prima a creare valore e interesse per il loro show, poi pensano a come monetizzarlo. L’aumento dei ricavi perseguito da Ecclestone ha avuto come risultato quello di allontanare gli appassionati F1 dagli schermi delle tv e dalle tribune dei circuiti. Perché i Gran Premi si vedono ormai quasi solo sulle pay tv che non tutti si possono permettere; e le corse, per inseguire i soldi dei paesi esotici, sono finite quasi tutte fuori Europa dove non ci sono gli appassionati viscerali che hanno decretato il successo della F1 in Italia, Germania, Francia, Inghilterra. Delle 21 corse del mondiale, oggi soltanto 8 di disputano nei circuiti “storici”. Meno degli Anni ‘80 quando su 15 GP, ben dieci si svolgevano in Europa. Il risultato è una F1 certo più internazionale ma meno viscerale.

Gli americani hanno compreso che, come prima cosa, devono far tornare i giovani ed i tifosi storici a riappassionarsi alla F1. Cancellare quell’etichetta di Formula-Noia con cui viene anche troppo spesso definita. Per questo non vogliono più Ecclestone, che rappresentava la “vecchia formula”. I nuovi padroni dovranno svestire la F1 dalla patina asettica che si era disegnata addosso e “liberalizzarla” da quei vincoli e lacci che Ecclestone aveva costruito per impedire che qualcuno guardasse lo spettacolo senza pagare il dovuto. 

Come farlo, forse non lo sanno ancora del tutto. Probabilmente aprendo la F1 a internet, creando più interattività con piloti, squadre, gare e tifosi mediante i social network, accorciando i GP per renderli più vivaci, mandando su YouTube le clip più salienti in diretta oppure permettendo ai tifosi di seguirla in streaming dal telefono ovunque siano. Comunque la chiave sarà quella di rendere più spettacolari e soprattutto gratuiti i GP così che chiunque possa fruirne. 

Tornando a rendere desiderabile la F1, si crea valore. Poi si troverà il modo di monetizzare l’interesse dei tifosi. Loro hanno dichiarato di volersi ispirare al SuperBowl ma quello è uno sport ben diverso dove l’azione viene spesso interrotta a beneficio degli spot tv e non è una formula replicabile così facilmente per una corsa di auto. Vedremo cosa s’inventeranno.

Per attuare questa rivoluzione i nuovi padroni di Liberty Media hanno “licenziato” Ecclestone ma hanno mantenuto alcuni dei suoi uomini-chiave, soprattutto quelli a conoscenza di tutte le clausole commerciali più segrete che definiscono contrattualmente gli obblighi dei team, della Fia e del promoter. Fra questi Sacha Woodward Hill, l’avvocato braccio destro di Ecclestone che è colei che stila tutti i contratti più delicati, fra cui il famoso patto della Concordia. 

Ross Brawn invece sarà l’esperto della situazione, l’uomo che dovrà dialogare con team e Fia per “disegnare” regole e concetti di una F1 all’avanguardia tecnica ma più spettacolare per lo show. In primo luogo monoposto che favoriscano i sorpassi, che sono l’essenza delle corse. Mentre il nuovo direttore commerciale, Sean Bratches, viene dalla tv americana ESPN dove era un esperto in materia di video on demand e tv interattiva. Vi dice niente questa competenza? Fa capire dove andrà a parare la F1 per tornare ad essere “desiderabile”: dare la possibilità a chiunque di poterla guardare da ogni dispositivo in qualunque momento.

BRAWN: LA F1 DOVRA' ESSERE SEMPLICE E SPETTACOLARE