Non usò certo parole delicate, Greg Maffei, presidente di Liberty Media, per dire della necessità che la Formula 1 andasse in luoghi che contribuissero alla crescita dello sport. Basta con le cattedrali nel deserto, geografico o di cultura motoristica. Oltre alle decine di milioni di dollari spremuti dal canone pagato dagli organizzatori dovrebbe esserci di più. Un anno fa si verificava l'incidente diplomatico con Baku, presa a esempio da Maffei per supportare la propria tesi: «E' nostro compito fare di più per aiutare i promoter ad aver successo. L'attitudine di Bernie era "Quanto posso spremerli?". L'ho sentito chiamarli le "vittime". Così siamo finiti con gare in posti come Baku in Azerbaijan, dove pagano un grande contributo ma non apporta nulla alla costruzione del brand nel lungo periodo e al benessere degli affari. Il nostro compito è trovare partner che paghino bene ma anche che ci aiutino a costruire il prodotto». Toccò a Chase Carey, a.d. della Formula 1, correggere il tiro e smussare le polemiche.

Quella stessa Baku, oggi, punta a rinegoziare il contratto con il quale si impegna a organizzare il GP d'Azerbaijan. La scadenza dell'accordo è posta al 2020, il 2018 costituisce la finestra entro la quale agire per attivare la clausola d'uscita.

La tendenza chiara, alla quale mirano tutti i promoters dei gran premi in calendario, è di un adeguamento dei canoni organizzativi. Su Baku sono emerse cifre intorno ai 40 milioni di dollari per il primo anno dell'evento, nel 2016, un contratto a scalare che avrebbe visto un'edizione 2017 con 50 milioni di dollari versati nelle casse della FOM.

All'agenzia di stampa russa Tass, il ministro per lo Sport e la gioventù, Azad Rahimov, ha spiegato: «Entro i 3 mesi successivi al Gran Premio, dovremo dare una risposta ai vertici della Formula 1 sull'estensione del contratto per altri 5 anni, fino al 2025. Tutti comprendono che le condizioni dell'attuale contratto sono inaccettabili, credo lo comprenda anche il vertice della Formula 1. Stiamo discutendo di una serie di condizioni commerciali, diritti di sponsorizzazione e del prezzo che paghiamo. Tanto noi quando i responsabili della Formula 1, abbiamo il desiderio che la gara resti qui».