Un sogno, per gli appassionati, sfumato sul più bello. Forse solo rinviato. Certo, Robert Kubica, continua a lavorare per un ritorno in griglia di partenza. Williams ha preferito Sirotkin e offerto un ruolo che non può bastare a Robert, tester di gran lusso di una monoposto del tutto sbagliata. «Mi sento ancora un pilota, sebbene sappia che non sto correndo, e finché ci sarà il desiderio di correre, dovrò provarci e penso sarebbe troppo facile mollare. Io voglio correre, voglio essere in griglia il prossimo anno. Con chi, non lo so. Troppo spesso dimentichiamo come le corse siano uno sport, hai bisogno di allenarti, di praticarlo, ed è quando lo fai con naturalezza che lo fai al meglio», racconta Robert, intervistato da F1.com.

Un racconto che ripercorre la storia di uno dei piloti più amati dal pubblico e di maggior talento. Un talento da coltivare e arricchire. Il perfezionamento continuo che lo ha portato a correre i rally. Non per puro divertimento, fine a se stesso. «Cercavo qualcosa al di fuori della Formula 1 che mi rendesse un pilota migliore. Provavo ad apprendere cose che gli altri piloti contro i quali correvo non avevano. Penso ancora che, in certe condizioni e circostanze, grazie al rally, i pochi corsi, abbia ottenuto più punti nel 2010 di quanti non ne avrei fatti se non avessi corso nei rally.

Ho imparato la sensibilità, tante volte è capitato che non mi sia fermato per montare gomme intermedie e abbia continuato con le slick. Tutti gli altri rientravano a cambiare gomme e io guadagnavo posizioni. Sono cose che non riesci a vedere. L’unico in grado di capirle e valutarle sei tu stesso, perché solo il pilota sa cosa ha bisogno, le sensazioni e la sensibilità al volante», racconta.

Andora è il momento Sliding Doors, il febbraio 2011 che cambia tutto. Carriera e vita. La prima, indirizzata verso la Ferrari, un 2012 accanto ad Alonso. Un rally la cui partecipazione è rimasta in dubbio fino all’ultimo, poi la scelta di partire, la Skoda Fabia trafitta dal guard-rail e la discesa negli Inferi di Robert. Con risalita. «È vero, ho pagato un prezzo elevato e continuo a pagarlo. Ma non era semplicemente per divertimento che correvo i rally.

E' stato il desiderio di diventare un pilota ancora migliore, non ero soddisfatto di essere bravo com’ero, avevo bisogno di più e pensavo che il rally me lo avrebbe dato. E l’ha fatto, il problema è che ho pagato un prezzo troppo alto. Quello sarebbe stato l’ultimo rally che avrei fatto nella mia vita, perché sapevo che il team col quale avrei firmato per l’anno seguente non mi avrebbe permesso di correrli».

Con la Rossa purtroppo non ha mai corso, resta la consolazione di essere entrato nel radar di Maranello, intercettato e ritenuto adatto a vestire la tuta del Cavallino, sulla quale Robert dice: «Il primo obiettivo di un pilota è arrivare in Formula 1, il secondo è diventare un pilota affermato in Formula 1, devi avere un buon valore, una buona reputazione, ed è più difficile che entrarci. Terzo, o vinci un mondiale o diventi un pilota Ferrari. Non ho vinto un campionato, alla fine non sono diventato pilota Ferrari ma sono stato molto vicino a diventarlo».