Prima che inizi il conto alla rovescia dal Gran Premio del Belgio, prima che si chiuda la parentesi Formula 1 – con un “chissà”, spiraglio lasciato aperto sul futuro – Fernando Alonso va in pista a Silverstone. La sei ore da correre con Toyota, il progetto WEC da portare avanti, l’unico che, quest’anno, gli abbia regalato soddisfazioni sportive. Sarà Indycar dal 2019, tra un mese effettuerà i primi test in pista e riallaccerà il discorso iniziato lo scorso anno con la partecipazione alla 500 Miglia di Indianapolis. Cercasi divertimento, possibilità di vittoria, imprevedibilità, Tripla Corona.

Tutto quel che manca alla Formula 1 attuale, se non corri per Ferrari o Mercedes. Tutte porte chiuse, Red Bull compresa, per il carattere del personaggio in questione. Destabilizzante, traducendo le risposte di Wolff e Horner, all'ipotesi di trovarsi in casa una figura del calibro di Fernando.

Massima categoria del motorsport che è come una società gerarchizzata. E senza l’opportunità di correre alla pari con i propri pari, prolungare la mortificazione del talento in McLaren non aveva più senso. Era Honda il problema? Anche. È McLaren il problema? Soprattutto. Di competitività e possibilità di vittoria, all’orizzonte, nemmeno l’ombra. Così, meglio cambiare.

Fernando parla da Silverstone, alla vigilia della prima gara dell’endurance dopo Le Mans. E rilancia concetti già tante volte espressi: «L’azione in pista non è quella che sognavo quando sono arrivato in Formula 1 o quando ho corso in altre categorie, né c’è l’azione in pista che ho vissuto in altri anni.

Mi fermo perché a mio avviso l’azione in pista è troppo scarsa. Infatti, quel di cui parliamo maggiormente in Formula 1 è esterno alla pista, discutiamo delle polemiche, dei messaggi radio, di queste cose e quando se ne parla così tante volte è un cattivo segnale. Avviene perché l’attività in pista è stata molto povera nel week end, ed è quel che sento adesso in Formula 1, penso ci siano altre categorie che forse offrono migliore azione, più divertimento e felicità, ed è quello che provo a ricercare».

Divertimento e felicità, ai massimi livelli, non possono che legarsi alla vittoria: delle gare, dei campionati, tutto il resto è un accontentarsi. Perlomeno quando sei Fernando Alonso. L’appagamento superiore arriva se al dominio incontrastato si sostituisce una battaglia serrata con un rivale, come quest’anno nel confronto Hamilton-Vettel. Tanto meglio, per il lustro che avrà il successo.

Alonso in Formula 1, nello stato tecnico della categoria e del mezzo a disposizione, è personaggio, è carisma, è quel che serve, ma non può essere vincente. Con l’eccezione della crescita Ferrari prodotta nel corso degli ultimi due anni, il dominio Mercedes nell’era turbo ibrida è rimasto incontrastato, nemmeno Red Bull ha, in fin dei conti, prodotto il miglioramento necessario per essere in lotta per il titolo, con le relative responsabilità Renault. Una società ingessata, appunto.

«Nel 2003, 2004, 2008, 2009 e 2011 non vincevo molte gare, ma era difficile prevedere cosa sarebbe accaduto a Spa e Monza. Oggi possiamo scrivere quel che avverrà, possiamo dire le prime 15 posizioni forse con uno o due errori, tutto è diventato prevedibile.

Andiamo a Barcellona e nel primo giorno di test invernali sappiamo come andrà fino a novembre ad Abu Dhabi ed è dura», racconta Fernando. «Per me non è tanto un problema, dopo 18 anni di corse ho ottenuto più di quanto non immaginassi. Ma per i giovani piloti o per altri è difficile, poiché sperano che l’anno seguente il team compia un incredibile progresso o che ricevano una chiamata da uno o due squadre. È diventato difficile per i piloti ambiziosi e sarà dura in futuro se le cose non cambieranno.

La porta a un ritorno è aperta più perché credo di guidare al miglior livello mai raggiunto in carriera, quindi perché mai chiudere le porte se dovesse accadere qualcosa in futuro? Sono ancora giovane, non ho 45 anni, mi sento forte e quest’anno correrò 27 gare, il mio pensiero è di fermarmi per queste ragioni».