Dal mental coach al consigliere tecnico, una figura da affiancare al campione per migliorare ed essere ancor più completi. Sir Jackie Stewart sottolinea il bisogno di “allenatori” in Formula 1, che siano accanto ai grandi piloti della categoria. Lui stesso si propose, in due occasioni, per supportare Romain Grosjean: nel 2012 e lo scorso anno, quando il pilota della Haas faticò a ottenere risultati nella prima parte di campionato, mai a punti, fino all’incidente di Barcellona. 

Adesso torna sul tema per dire: “Semplicemente non lo capisco ai giorni d’oggi. I piloti sono così intelligenti che non hanno bisogno di allenatori. È assolutamente errato. Non c’è un solo pilota al massimo delle sue abilità che non dovrebbe essere assistito dalla saggezza e dalle osservazioni alle quali lui probabilmente non aveva mai pensato”.

E Stewart contrasta l’idea che, nell’era della telemetria a guidare i progressi in pista, un consigliere, un mentore accanto sia superfluo, anzi. “I piloti oggi sono allenati e hanno dei preparatori che li aiutano con la condizione atletica ma non nelle capacità mentali. Credo sia completamente errato. Oggi la telemetria è così chiara e se ascoltassero quello che un coach potrebbe dirgli, vedrebbero la differenza, racconta ad Autosport.

Del mental coach si è a lungo discusso negli ultimi anni, quanto alla sorta di consulente-allenatore che immagina Stewart – a ricordare come abbia avuto nella sua carriera i consigli fondamentali di Graham Hill prima e Jim Clark a soddisfare la sua fame di apprendere – viene da chiedersi se sia davvero la strada giusta, nella Formula 1 ipercontrollata di oggi.

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Coaching, nel senso più ampio, di assistenza alla guida mentre si è al volante, che i regolamenti, negli anni scorsi, hanno provato a limitare nelle informazioni trasferibili, via radio, dagli ingegneri.

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Immaginare l’affiancamento al top driver di un’ulteriore figura – a suggerire il miglior approccio alla corsa o più direttamente coinvolto nei temi della guida – oltre alla miriade di dati già disponibili e interpretati insieme ai propri ingegneri di pista, appare come un eliminare le ridottissime aree di “imperfezione umana” - frutto di fragilità, rendimento sotto stress – tra i pochi fattori ancora in grado di fare la differenza in pista e definire il campione perfetto.

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