Un buon pilota, un lottatore, com’è giusto che sia in pista, indipendentemente dalla posizione per la quale sei in battaglia. Kevin Magnussen difende il proprio stile di guida, ruspante, che gli è valso critiche e una serie di “what an idiot” nei team radio degli avversari. 

Ha corso un 2018 comunque da incorniciare, trainato la Haas in avvio di campionato, respirato le posizioni da migliore degli altri e concluso il mondiale allineato ai valori degli Hulkenberg e dei Perez, bilanciando le vicissitudini occorse ai tre sui 21 gran premi.

Ovvio che non siano le posizioni che immaginava al debutto, subito scintillante con il podio a Melbourne in McLaren, nel 2014. La mentalità che ho oggi è così lontana da quella che pensavo avrei avuto, la Formula 1 è così distante da quella che immaginavo. Resta pur sempre la F1 e hai il piacere di fare un bel lavoro, ma aspetto il giorno in cui avverrà un cambiamento”, racconta intervistato da Espn.

Il cambiamento sotto forma di un divario minore tra grandi squadre e team minori, che lasci lo spiraglio di poter iniziare un week end perlomeno con la speranza di poter raggiungere un podio di tanto in tanto, con una gara perfetta e qualche intoppo magari al vertice.

Ammette di aver perso il treno migliore per una carriera in un team di primissima fascia, non la speranza e porta l’esempio dei Webber, dei Bottas: da metà schieramento al volante di una macchina vincente.

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Gente costretta a giocare da mediano, i Magnussen, i Perez, metà campo come metà schieramento, con in più la licenza di avanzare, poter correre all’attacco, uguali al mediano calcistico per il dovere di mordere le caviglie. “Se mi avessero detto da bambino ‘Kevin, un giorno sarà felice del settimo posto’, mi sarei ammazzato! Ma è questa la situazione”, aggiunge.

“Io provo a trarre il massimo dalla situazione nella quale mi trovo. Quando sei in battaglia per quelle posizioni nella top ten capita, a volte, che lotti in una situazione nella quale non hai nulla da perdere. Con una Mercedes, Ferrari o Red Bull hai la garanzia di stare tra i primi 6 e puoi accontentarti e non rischiare tutto per un quinto posto.

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A metà gruppo, se sei decimo e ti superano, sei fregato. Ti obbliga a prendere molti più rischi. Sta qui, credo, la differenza”. Gara che corri, condotta che adotti, la sintesi: “Guiderei in modo molto diverso se fossi in lotta per il campionato. Ho battagliato in passato nelle categorie minori e guidavo diversamente, ma oggi va così.

Sono nel gruppo di grandi talenti che non hanno mai avuto l’opportunità, come Hulkenberg e altri”.