Se oggi sono trentasette anni dalla scomparsa di Gilles, quaranta anni esatti sono passati dall’incubazione del morbo e per una volta, quasi facendo il verso al grande Luciano Onder e a Medicina 33, oggi parliamo di Febbre. In particolare della più speciale ed entusiasmente delle sue manifestazioni: appunto, la Febbre Villeneuve.

Rara, trascinante e irrefrenabile affezione che comincia a colpire il tifoso - non necessariamente ferrarista ma trasversalmente passionale, oltre che appassionato di corse strappacuore -,  al termine della stagione 1979.

E che dilaga per quasi tre stagioni, salvo trasformarsi nel simulacro d’un’emozione forte, intensa, a tratti emulabile e recidiva, sì, ma mai eguagliabile davvero, tuttavia citabile e revivescente. 

In quanto non ne esisteranno di campioni più tali e quali nello stile al suo soggetto e oggetto prezioso: Gilles Villeneuve da Saint-Jean-sur-Richelieu, Canada, pilota ufficiale della Ferrari a partire dal Gp del Canada di due stagioni prima, anno di grazia 1977, in sostituzione del dimissionario neo-campione del mondo Lauda Niki.

Come andarono davvero le cose? 

La Febbre di Villeneuve nasce e si propaga in due modi. Il primo banale, furbo, para-commerciale e quasi burocraticamente innocuo. 

Poi il virus muta, si fortifica, diventa aggressivo trasformandosi in simpatica e benefica pandemia, alla quale nessuno vorrebbe sfuggire e dalla quale ben pochi saranno risparmiati, nonché a essa indifferenti.

Ma procediamo con ordine.

Nella primavera 1979 gli organizzatori del Gran Premio del Canada concordano con lo sponsor ufficiale Labatt - ossia la birra locale -, una potente campagna pubblicitaria legata al nuovo idolo dell’automobilismo nazionale, Gilles Villeneuve, vincitore dell’edizione precedente: le flamboyant pilote canadien qui a fait les beaux jours de la Scuderia Ferrari.

Manifesti, adesivi, depliant, flyer da ogni parte, perfino nelle scuole. Il messaggio arriva bello chiaro e felice: “J’ai la fièvre Villeneuve”. 

Sì, ho la febbre Villeneuve.

Ma il Paziente Zero? È Marcello Sabbatini 

E siamo allo stadio uno. Robina da niente. Sembra una semplice campagna pubblicitaria come tante, ma improvvisamente si trasforma in qualcosa d’altro e di ben diverso, perché a essere colpito, come in tutte le pandemie che si rispettino, è uno storico, leggendario e telescopico Paziente Zero: il supergiornalista Marcello Sabbatini. 

Lui. Il Direttore di un Autosprint capace di arrivare a 240mila copie di venduto, in occasione del numero successivo al Gp d’Italia 1979, quello che segue il mondiale vinto dalla Ferrari e da Jody Scheckter, fedelmente scortato a Monza dal compagno e amico Gilles Villeneuve. Ossia, guarda caso, il numero di Autosprint che precede di pochi giorni l’attesa e pompatissima corsa canadese, nella quale Gilles sarà secondo dietro alla Williams di Alan Jones. 

La Febbre arriva in Italia su As il 16 ottobre 1979

Marcello Sabbatini, in quel momento, è tante cose. Adesso se a uno gli danno del giornalista, quello si può pure mezz’offendere. Al tempo no, la professione ha ancora dignità forte e inattaccabile, a prescindere. Eppoi Marcellone è anche qualcosa di diverso e molto di più d’un semplice bravuomo dell’informazione.

No, lui dirige un giornale quasi fosse un partito, è pervaso dal sacro fuoco delle battaglie ideali, gode a schierarsi, a scendere in campo, preferibilmente attaccando i lecchini dei poteri forti - i famigerati leccobardi - e, peggio ancora, direttamente e frontalmente, i poteri forti medesimi. E più potente è il nemico, più bella e audace è la pugna e avvincente la vittoria che gonfia il cor. 

Di converso, quanto più tatticamente debole è il soggetto da difendere, tanto più eroico e immortalante è l’agone promesso e permesso.

In uno scenario del genere, l’arrivo di Gilles Villeneuve sulla scena rende il canadese stesso immediatamente legittimo sposo e manico prodigio per una nuova, entusiasmante e indimenticabile battaglia di e su Autosprint.

Gilles, la scommessa 

E questo è niente, poiché Villeneuve è forse la più grande scommessa nella quasi centenaria vita di Enzo Ferrari.  Il Drake nell’intensissimo 1977 si separa da Niki Lauda, bi-campione iridato da lui costruito più robotico, giovane, esoso e insolente, per dare fiducia e abbracciare le sorti di un semisconosciuto privo di blasone, povero, mediaticamente nullo, promettente ma desolatamente digiuno di Formula 1, politica, giochi di palazzo e sponsor.

Ingaggiare Villeneuve è un passo nel buio che solo uno con le spalle larghe come Enzo Ferrari può permettersi. Spingerlo a tifarlo, difenderlo, esaltarlo contro tutto e tutti, è invece roba fatta apposta per uno come Marcellone. 

L’ode di un magico e magista sciamano-patriarca, solo apparentemente urlatore e in realtà perdutamente invaghito d’un’idea, di un sogno, di un consapevolissimo grido di libertà che giorno dopo giorno, irrazionalmente, irresistibilmente, implacabilmente abbatteranno barriere, pregiudizi, perplessità e felpate cautele, trasformandosi nel più colossale, condiviso e unificante innamoramento in bianco nella storia delle corse.

In quel 1979 tutto cambia per sempre 

Attenzione, Gilles Villeneuve all’inizio con la Ferrari fa danni e fatica a più non posso. Si prende coi veterani della F.1, picchia forte, con incidenti spettacolari, drammatici, perfino tragici. Ma mica una volta e neanche solo due. No. Di più.

Lottare con Ronnie Peterson, campione corretto ma terrificante quanto a combattività o provare a doppiare l’arcigno Clay Regazzoni a Long Beach 1978, che quando vede negli specchietti la sua ex amata Ferrari condotta da un altro non è così felice di far sconti, ecco, diciamo pure che son cosine da farsi venire l’ansia, piegando sempre più telai Ferrari, aperture di credito e opportunità a disposizione.

La vera riscossa di Gilles Villeneuve avverrà proprio a casa sua, a Montreal 1978, la prima volta in cui la F.1 corre sul tracciato amico di Notre Dame, in luogo del gotico e terribile Mosport.

L’Aviatore, così soprannominato perché i suoi spettacolari crash mostrano più d’una volta tonitruanti propensioni al decollo, finisce col vincere la corsa che forse avrebbe meno meritato. 

Visto che viene dominata fin lì in lungo e in largo da Jean-Pierre Jarier supplente in casa Lotus, ma costretto al ritiro per un sasso che gli rovina il radiatore, che gli cuoce il motore che al mercato suo padre comprò.

 Lo strano destino del mito Gilles 

Insomma, per farla breve, la Febbre di Villeneuve è affezione strana, che sublima un pilota, un esempio e un campione in divenire, che al momento non ha iridi, coppe e riconoscimenti a iosa, in cascina - né ahimé, ahilui e ahinoi - nel suo caso li avrà mai - ma può contare sulla magia emozionale delle sue gesta, della sua filosofia oltre il limite, sempre e comunque. Sul talento innato, unito a una vocazione omerica al sacrificio senza paura, all’interno d’una scala di valori nobile e condivisa. Cristo, come si fa a restare insensibili, a uno così? Non si deve, non si può.

E non è vincendo, che Gilles provoca la Febbre, ma provandoci. Non è il cosa o il quanto, che arrapa, ma il come. Tanto che quando il virus si propaga, di fatto Cittanuova in realtà ha appena perso il mondiale vantando solo 4 vittorie iridate all’attivo, due delle quali in Italia non sono state trasmesse neppure in diretta televisiva.

No, Gilles nel 1979 e pure dopo non piace per come vince, ma - come Nuvolari e ma anche per ragioni sue - è uno che entusiasma per tutt’altri motivi. 

Il secondo posto più bello nella storia dell’Uomo 

Sei giri e circa 7 minuti alla fine del Gp di Francia. Digione, 1° luglio 1979. In testa Jean-Pierre Jabouille su Renault procede sereno, pregustando il primo successo del motore turbo in F.1, per giunta davanti al pubblico di casa. Ma a circa 15” dietro di lui sta per avvenire l’imprevedibile. Lo scoppio di sogno. 

Gilles Villeneuve su Ferrari è 2° e si ritrova attaccato agli scarichi René Arnoux con l’altra Renault, che ha appena fatto segnare il giro più veloce a 197,802 km/h di media. Gilles pare spacciato. Okay, perdere un 2° posto non dovrebbe essere problema. Ma Villeneuve non la pensa così e Arnoux vede la faccenda esattamente come lui. Scia piena di René, sul rettilineo piatto, sterzata secca d’uscita e frenata in vista della piega destrorsa. Villeneuve risponde: tre quarti di curva all’esterno. Non molla. E subito diventa la cosa più grande che Renè Arnoux abbia mai visto riflessa negli specchietti, in vita sua. I due piombano in un’altra dimensione, sembrano dar vita a un torneo medioevale in cui i cavalieri corrono dalla stessa parte ma non per questo possono evitare d’urtarsi col clangore di ruote e cerchi che s’arpionano quasi fossero scudi e picche. 

Scie infinite, inchiodate in cui gli sbuffi di caucciù nebulizzato delle Michelin paiono ormai incenso sacrificale di un rito antico, in cui è in palio non un posto sul podio ma l’orgoglio, la dignità stessa di due piloti venuti dal nulla. Dalle nevi delle motoslitte, piuttosto che dalla buca di un’officina.

Sono entrambi nel cerchio magico e spietato del gioco, dove il tempo è sospeso e tutto può accadere. C’è chi conta le volte in cui le monoposto si toccano, in quei 6 giri, e ciascuno azzarda un numero, mai inferiore a cinque. 

Nella telecronaca Rai, Mario Poltronieri, compassato signore della vecchia scuola, perde improvvisamente il controllo di se stesso e didascalizza quel che stanno facendo quei due, gridando a squarciagola come vendesse pesce fresco agli avventori palermitani di Ballarò.

Il mondo dimentica Jean-Pierre Jabouille che vince, invisibile e filato zero, mentre gli ultimi secondi di corsa consegnano alla leggenda Gilles e René: 2° il canadese e 3° il francese

Ma chissenefrega del verdetto. Perché in fondo il risultato non importa.

Nella memoria di tutti c’è come una poesia sospesa, l’immagine ballonzolante con una macchia gialla e una rossa che caracollano e s’inseguono all’infinito. Perse in un moto rotatorio e coraggioso attorno ai saliscendi di Digione a recitare quella che non sembra ormai solo una corsa ma la poesia di un pomeriggio che per molti, da quel giorno, non finirà mai più.

Il senso della Febbre 

La Febbre vuol dire cose belle assai. L’essudato esistenziale, l’estratto nobile delle competizioni non è la vittoria, ma la lotta. Chiunque, nel finale, potrà recitare la parte del buono a patto che il cattivo fino all’ultimo sia disposto a fare la sua parte, in una trama in cui nessuno è buono e cattivo fino in fondo. 

Ecco perché quei minuti conclusivi di Digione 1979, con gli spettatori tutti in piedi, due macchine al comando - ma solo delle nostre viscere -, Poltronieri col cuore in gola e Forghieri ai box che balla il twist, non sono una gara, ma un simbolo. Una lezione. Un inno bello ai sogni mai rinnegati.

Questo è l’humus, il brodo primordiale in cui pullulano batteri che genereranno di lì a poco la Febbre e che Marcello Sabbatini saprà sontuosamente nobilitare. Facendo surf mediatico sull’onda montante della commozione adrenalinica del Gilles sconfitto e mai arreso su tre ruote a Zandvoort e col cuore in mano a Monza, nel difendere l’amico Jody, perché una promessa è una promessa e un amico è per sempre.

Quella malattia bellissima 

Fermiamoci qui, non andiamo oltre. Da lì in avanti, da fine 1979, in poi, da quando la Febbre è realtà segnalata in ogni presidio passionalmente sanitario, tante altre imprese baceranno l’epopea breve e magica di Gilles. 

Altri giorni strani, delusioni, rovesci, esaltazioni, glorificazioni vicine e solo sfiorate, con la tragedia a Zolder 1982 purtroppo resa inevitabile dalla sorte maligna, in un clima avvelenato.

Ma no, dai, noi ora stoppiamoci prima. Esattamente e giusto a quarant’anni fa. Per capire. Per ricordare. Per gustare e rivivere l’afflato nobile della F.1 d’un’altra epoca che avrebbe raccontato la sua ultima favola fatta non di coppe, soldi, azioni e asset, ma impastata di valori umanissimi e fondanti quali coraggio, abnegazione, correttezza e senso del cuore oltre l’ostacolo.

In questo e per questo fu grande Gilles Villeneuve e la di lui Febbre - considerata tale perché dilagante, inspiegabile, accaldante e mai più padroneggiabile -, di cui Marcellone Sabbatini fu cerimoniere geniale e benemerito, oltre che commovente e scatenato untore autosprintiano. 

Tra adesivi, gadget, corsivi, richiami e perfino uno spannometrico termometro, donato simbolicamente a Gilles, in occasione dei Caschi d’Oro 1979.

E noi qui a non dimenticare, ancor oggi, tutto ciò. Perché l’amore più bello e vero è quello che non ha più speranze e s’infiamma solo della tenacia tenera e struggente del ricordo. Che avvampa ormai quale antica e quasi inspiegabile malìa, capace ancora di scaldare l’anima, malgrado tutto e tutti. Sì, malgrado quanto cristallizzi la morte e poi, peggio ancora, malgrado quanto consumi la vita.

Ma qualcosa resta. A mezz’aria. Nella città delle corse, pur sempre ammorbata di e da un che di non più dimenticable e sublimante, tipo la Venezia contagiata di Thomas Mann. 

Proprio come se fosse una, anzi, La Febbre.