Potrebbe essere il titolo di un film thriller: quell’ultima curva. L’ultima curva è quella del circuito di Shanghai. Che non ha un nome (e se esiste sarà impronunciabile) ma è identificata da un numero: la curva 16. Una piega a sinistra velocissima, di quelle veramente da “pelo”. Una curva da pista vera, come sono Lesmo o la Parabolica per Monza, Puhon per Spa-Francorchamps, Copse per Silverstone. È quella curva che ha fatto la differenza tra “piedoni” e piloti normali. Qui Hamilton ha conquistato la pole, qui Vettel ha rischiato di perdere la prima fila, qui Raikkonen ha mostrato tutti i suoi attuali limiti e qui Giovinazzi ha distrutto la sua Sauber.

La curva 16 di Shanghai non è la classica curva dove si deve frenare a fondo, rallentare tutti più o meno allo stesso modo e girare lo sterzo. Come capita nella maggior parte delle curve lente di qualsiasi circuito. No, la curva 16 è una curva selettiva, di quelle d’altri tempi. Che può fare selezione tra i piloti. È la sua conformazione che la rende impegnativa. Una svolta a sinistra non ad angolo retto ma poco più ampia. Una curva cieca che non ti fa vedere l’uscita. Una curva “bastarda” come si dice nel gergo delle corse. In curve come queste, il pilota non deve frenare troppo, e deve riaccelerare prima possibile. Bisogna guidare puliti ma non essere lenti; non aggredire troppo la curva per non sbilanciare la macchina ma nello stesso tempo non guidare troppo conservativi. Però il pilota non ha veri riferimenti: non vede la corda né l’uscita della curva. Deve andare a istinto. Insomma, una curva da apnea; di quelle da trattenere il fiato. Come saltare senza rete al circo. Soltanto a fine curva il pilota saprà se l’ha percorsa bene oppure no. Se poteva rischiare di più o se invece ha esagerato. 

Chi ha guidato una macchina da corsa può capire la difficoltà. A chi non ha mai sperimentato un’esperienza del genere proviamo a trasmettere la sensazione e spiegare dove sta il difficile. Su una curva lenta c’è poca differenza tra chi la fa bene o chi la male. Si va talmente piano che al massimo il pilota bravo guadagna qualche millesimo su quello più scarso. Su una curva “bastarda” come la 16 invece bisogna guidare come se si avessero delle uova nelle mani al posto del volante: stringere ma non troppo, sennò si rompono. Essere veloci ma delicati, per non sbilanciare la macchina. Alla 16 si arriva a 270 km all’ora, ma si entra a più di 160 all’ora. Si deve compiere una frenata lieve, una decelerata più che una vera staccata. Chi frena in modo troppo aggressivo quasi si ferma e perde tempo. Chi è troppo cauto e indugia a riaprire il gas perde tempo pure lui. La vera difficoltà perciò è frenare nel modo giusto: si deve pizzicare il pedale, non schiacciarlo a fondo. E riaccelerare prima possibile portando in uscita la macchina oltre il cordolo ma senza toccare l’erba sintetica. Siccome la macchina è in appoggio precario soltanto sulla gomma posteriore destra, se si va sull’erba così sbilanciati, la ruota trova di colpo meno grip ed è un attimo perderla. E finire come Giovinazzi. 

Su questa curva così impegnativa la differenza stavolta l’hanno fatta Hamilton e Bottas. Se andiamo a guardare i parziali, sono stati loro i più veloci. Anzi addirittura il finlandese della Mercedes è stato il migliore di tutti: 40”469  e ha rifilato ben 94 millesimi a Hamilton (40”563). Hamilton però non è stato perfetto in quella curva. Lo ha spiegato a fine qualifica: “La 16 è una curva dove devi trovare la giusta frenata: io sono arrivato lì sapendo che avevo già due decimi di vantaggio nel mio tempo precedente”. Come dire: avevo la pole già in mano e non ho rischiato troppo. 

Bottas invece, che non aveva nulla da perdere perché era in svantaggio, è quello che l’ha percorsa meglio rifilando nel terzo settore 1 decimo a Hamilton, 15 centesimi a Vettel e addirittura 3 decimi a Raikkonen. L’exploit non ha permesso per un soffio a Bottas di afferrare la seconda fila: il finlandese aveva sommato 152 millesimi di ritardo da Vettel nella prima parte del giro. In quell’ultimo settore - e specialmente in quella curva - glieli aveva recuperati praticamente tutti: 151 millesimi. Gliene è mancato uno solo e ha perso la prima fila per quello. Tradotti in metri, fa appena 5,9 centimetri su 5,4 km di pista!

Come mai Vettel, su una curva dove la sua classe doveva fare la differenza, ha rischiato di sprecare tutto quel che di buono aveva costruito nel resto del giro? Le sue parole spiegano ancora una volta quanto una curva “bastarda” come la 16, possa mettere in difficoltà anche un pilota di talento nel trovare l’equilibrio giusto fra frenata e successiva riaccelerazione: “Nell’ultima curva ho frenato un po’ troppo presto e poi ho colpito un po’ troppo duramente il cordolo. ma per fortuna il margine che avevo è stato sufficiente per la prima fila. Ma sono stato un po’... codardo in quel punto”, si è simpaticamente autoaccusato Vettel, sempre schietto nel riconoscere i propri errori.