Il GP di Monaco si è deciso fra il 34° e il 38° giro. Quando Raikkonen è stato fermato ai box per il pit stop mentre Vettel è rimasto in pista a macinare giri veloci. Quando Kimi si è arrestato, aveva meno di 2 secondi di vantaggio su Vettel. Poteva bastare se l’undercut avesse funzionato bene. Invece quattro giri dopo, Kimi è arrivato alla staccata di Santa Devota e si è trovato Vettel che usciva dai box. Nettamente davanti a lui. A quel punto con la vittoria in pugno.

Che è successo? In quei quattro giri ha dormito Raikkonen, ha volato Vettel oppure è il team che ha deciso di sacrificare il finlandese per mettere davanti il capitano? Sono successe un po’ tutte e tre queste cose. Spieghiamole per bene.

Quando Verstappen, rompendo gli equilibri di un gara fino a quel punto d’attesa, ha deciso di andare ai box al 32° giro, ha innescato una serie di conseguenze. Le ultrasoft che avevano su tutti quanti potevano durare almeno altri venti giri senza deteriorarsi, ma siccome Verstappen con la mossa dell’undercut rischiava di fare giri veloci a raffica e ritrovarsi davanti agli avversari molti hanno pensato di proteggersi. Fermandosi a loro volta per marcare l’olandese della Red Bull. Al giro dopo, il 33° lo ha imitato Bottas. Che, “pittando” così rapidamente, ha mantenuto la posizione. In Ferrari hanno deciso di marcare Verstappen e Bottas ma... l'hanno fatto con Raikkonen che era in testa alla gara, non con Vettel come sarebbe stato più logico, visto che era quello più vicino agli avversari e che avrebbe avuto più da perdere. 

Nel richiamare ai box Raikkonen al giro 34 (dove tra l’altro ha perso circa 1” di troppo sostando ben 3”4 invece che i 2,5/2,7 secondi soliti) il box rosso ha rimandato in pista Kimi quando erano appena passati Wehrlein e Button, doppiati, che già l’avevano ostacolato dieci giri prima.

Vettel invece, furbamente, ha preferito restare fuori in pista visto che aveva risparmiato le gomme ultrasoft. E con le viola è riuscito a inanellare tre velocissimi giri sul passo di 1’15” basso. E Raikkonen? Ha sprecato le sue chances di vittoria nel giro di ingresso (1 secondo di troppo) e in quello di ripartenza , che ha percorso in 1’19”518. Addirittura 1” più lento del giro di ripartenza di Vertsappen e un decimo più lento di quello di Bottas, la cui Mercedes a gomme fredde non ha certo la performance della Ferrari. È lì che Kimi ha perso la corsa. Due o tre secondi sprecati che peseranno come macigni nella classifica finale. Senza nulla togliere alla bravura di Vettel che ha saputo inanellare tre giri velocissimi che lo hanno collocato in testa alla gara, sono più i secondi persi nel giro di ripartenza da Kimi che quelli guadagnati da Seb ad aver deciso l'assegnazione della vittoria.

Il tempo perso in pista non è stata tutta colpa di Kimi. Anzi, lui, poveretto, c’entra poco. Non è che Kimi ha dormito nel giro di ripartenza. Il problema è che il box Rosso l’ha rimandato in pista proprio dietro due doppiati, Wehrlein e Button. E Raikkonen nel primo giro lanciato ha dovuto superarli completando di conseguenza il giro molto più lentamente. E non sfruttando il vantaggio extra che ti dà la gomma nuova nel primo giro veloce. Poi nei passaggi successivi anche Kimi ha spinto a fondo, quasi come avrebbe fatto Vettel tre giri dopo. Kimi si stava difendendo, eccome.

Se mettiamo a confronto i tempi incrociati di Raikkonen (con gomme supersoft nuove) e di Vettel (con gomme ultrasoft usate) in quei passaggi dal 35° al 37° giro, vediamo che il finlandese non ha accusato un grande divario contro un Vettel indiavolato. Kimi ha stabilito nell’ordine i seguenti crono: 1’16”133 (contro 1’15”587 di Vettel nello stesso giro), 1’15”606 (contro 1’15”238 del tedesco) e 1’15”527 nel giro che Vettel è andato a fare il pit stop. Come potete desumere, rispetto a Vettel, Raikkonen in pista ha perso nei giri “puliti” poco tempo: 9 decimi circa in tre passaggi. Non è un'esagerazione. Di più non poteva fare. Se si è ritrovato dietro Seb alla fine della danza dei pit stop quindi è soprattutto per colpa di quei 3” lasciati per strada al primo giro lanciato a causa dei doppiati che ha dovuto superare.

Se c’è una responsabilità nella sconfitta di Raikkonen, perciò è più della squadra che del pilota. Primo perché ha fermato per primo Raikkonen quando logica vuole che si provi l’undercut (anche di difesa) con il pilota dietro, non con quello davanti. Che di solito aspetta ad agire che chi è alle spalle faccia una mossa tattica, non lo precede. Ma si è saputo poi che la squadra aveva deciso nel pre-gara di differenziare le strategie prima della corsa. Però ci lascia stupiti l'ingenuità di rimandare Kimi in pista nel traffico dei doppiati. La squadra al momento topico non poteva non sapere che c’erano quei doppiati in giro che Raikkonen, sostando, si sarebbe ritrovato davanti proprio nel momento peggiore: nel giro di ripartenza a gomme fredde. Quando è più difficile superare uscendo di traiettoria. Persino su un qualsiasi iPad di uno spettatore dotato della App della F1 c'è la piantina della pista con la dislocazione in tempo reale delle macchine in pista, vuoi che al muretto box, dove ci sono ingegneri col GPS di tutte le vetture in gara, non sappiano dove sono i doppiati? 

Non pensiamo che la Ferrari abbia fatto apposta ad inguaiare Kimi e favorire Vettel anche perché se volevano compiere un gioco di squadra in questo senso, l’avrebbero effettuato fin dal via. Ma certo nell’episodio del pit stop di Raikkonen il team non ha dimostrato quella scelta di tempi perfetta nelle strategie e nelle tempistiche che aveva permesso alla Ferrari la vittoria in altre occasioni. Ma è un dato oggettivo incontestabile che la mossa ha premiato l’altra Ferrari, tra l’altro quella che faceva più comodo vincesse, cioé quella di Vettel. Raikkonen per impedirlo avrebbe dovuto trovarsi con 5” di vantaggio su Vettel al 34° giro, non con meno di 2”. 

Ad essere cinici, si può pensare come disse gelidamente Enzo Ferrari a Gilles Villeneuve quando si lamentava dei favoritismi a Pironi a Imola ‘82: in fondo ha sempre vinto una Ferrari no? 

Di certo la smorfia sul podio di Raikkonen mentre tutti gli altri festeggiano ha un sapore amaro. Quello del pilota che si sente defraudato. E non per colpa sua. La prova viene dal linguaggio del corpo. La faccia delusa, mogia e arrabbiata faceva capire chiaramente che Kimi non rimproverava se stesso per la sconfitta, ma additava la responsabilità dell’insuccesso a fattori esterni. Nell’intervista a fine gara ha anche lanciato una velata accusa a mezza voce, quando ha detto: “È stato lontano dall’ideale finire dietro un doppiato dopo che sono uscito dai box, ma non era nel mio controllo”. Come dire: doveva pensare il team a non mettermi in quella condizione.