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Si può perdere il mondiale per una banale candela che per la propria auto costerà sì e no dieci euro? Si che si può. Però dire che è un pezzo “stupido” come qualcuno ha ipotizzato, è sbagliato: la candela che ha tarpato le ali al motore di Vettel fin dai primi giri a Suzuka è un oggetto che viene avvitato nella testata del motore (ce n’è una per ogni cilindro) ed è quella che genera la scintilla nella camera di scoppio. È la candela che fa incendiare la benzina che spinge su e giù il pistone. Senza candela quindi non c’è motore a scoppio. Senza candele non si generano i cavalli. Se una candela fa cilecca, quel cilindro non eroga potenza e il motore funziona a intermittenza. Parafrasando la nota pubblicità del liquore Martini, si potrebbe dire: “no candela, no power”. La candela poi è anche quella che fa la differenza tra il motore a benzina e quello diesel, che non possiede candele d’accensione perché nella camera di scoppio di un diesel il gasolio sotto pressione brucia spontaneamente.

La candela che ha fermato Vettel è anche uno dei pochi componenti con cui noi comuni mortali abbiamo qualche confidenza, perché tanti di noi le avranno cambiate personalmente sulle macchine o sui motorini quando si era abituati a far da sé. Questa familiarità, alla luce del triste epilogo del GP Giappone, ci fa sorgere almeno tre grandi dubbi che vanno spiegati. Primo: come è possibile che una candela si metta a funzionare male di colpo alla riaccensione della macchina dopo il parco chiuso notturno dalle qualifiche del sabato? Secondo: perché i meccanici non hanno sostituito le candele sull’auto di Vettel in griglia se davvero avevano gà intuito quale fosse il problema? Terzo e ultimo dubbio: a cosa è dovuta questa improvvisa crisi di affidabilità della Ferrari, fra candele rotte e collettori del turbo che si crepano, che in una settimana ha fatto svanire il sogno del mondiale?

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