E ora che facciamo, riscriviamo la storia della Formula Uno? Il clamoroso e discusso sorpasso oltre la riga bianca di Verstappen su Raikkonen alla terzultima curva del GP Stati Uniti farà parlare a lungo. E non solo perché è costato all'aggressivo olandese una penalità che gli ha tolto il podio e mozzato una rimonta da urlo, da 16° a podio, che sarebbe entrata nella leggenda delle corse quasi come quella di Clark a Monza nel 1967. Ma anche perché rimette in discussione alcune leggende e convinzioni con cui tutti noi appassionati di corse siamo cresciuti. 
 
Penalità giusta o esagerata? Il paddock e il mondo della F1 si è diviso. E ci si è schierati anche “politicamente”, perché l’automobilismo britannico ha criticato la decisione per principio, come fa tutte le volte in cui c’è di mezzo direttamente o indirettamente la Ferrari. Il mondo della tifoseria invece, specie se la vittima è un ferrarista come stavolta, si è sollevato a oltranza contro Verstappen sia perché il danneggiato era Raikkonen, che è il corridore che possiede più tifosi di tutti, sia perché Verstappen di qua dalle Alpi è il pilota più odiato. E qualsiasi cosa succeda, viene sempre messo in discussione e bollato come “colpevole” per la sua guida sopra le righe.
 
Ad Austin Verstappen sopra le righe c’è andato davvero. Anzi, è andato al di là delle righe. Nella fattispecie della riga bianca a bordo cordolo che definisce quello che è la pista. In tutti i briefing di tutte le corse, dalla F1 all'ultima delle gare turismo, il direttore di gara ripete fino alla noia la stessa frase: la pista è delimitata dalle righe bianche. Si possono mettere due ruote oltre le righe ma non tutte e quattro. Almeno due ruote, quelle interne alla curva, devono rimanere sempre sull’asfalto. Come si vede dalle innumerevoli foto e dalla camera car della Red Bull, Verstappen nel tentativo disperato per passare Raikkonen si è buttato all’interno della curva 17. Talmente all’interno che per un attimo è dovuto andare oltre il cordolo, sulla fascia rossa (è cemento) che c’è fra cordolo ed erba. Ben al di là della riga bianca. Con tutte e quattro le ruote. Se guardate il video, vedete che la “digressione” è durata un secondo o poco più. Un taglio brevissimo. Ma abbastanza per trarne vantaggio perché così è riuscito a restare affiancato a Raikkonen per scavalcarlo poi in uscita di curva grazie alla traiettoria più interna. 
 
Quindi a norma di regolamento la penalità ci sta tutta. Le regole attuali sono chiare: se si trae vantaggio dal taglio, il tempo (in prova) o la posizione guadagnata (in gara) dovrebbero essere cancellate. Il pilota dovrebbe restituire la posizione. Quando però succede nell’ultimo giro e i marshall non possono ordinare di cedere la posizione perché la gara è già finita, viene comminata una penalità in tempo. Ecco perché a Verstappen sono stati affibbiati i 5” che l’hanno retrocesso quarto. Fin qui la razionalità e il rigido principio della “dura lex, sed lex”. Ma anche se la “vittima” è stata Raikkonen che meritava il podio di Austin più di chiunque altro se non altro per il sacrificio fatto di aspettare Vettel per cedergli il 2° posto, il giudizio di tanti appassionati è diviso sulla manovra disperata e azzardata di Verstappen.
 
Perché la F1 dovrebbe essere fatta anche di questo: di duelli all’ultimo sangue, all’ultima staccata. All’ultima curva. Ci lamentiamo che le gare siano diventate troppo ingessate, dove chiunque viene punito per un lieve contatto o un azzardo; invochiamo più spettacolo, più duelli veri e rusticani, aspettiamo con ansia gesti sportivi epici, come il compiere un sorpasso in un punto “impossibile”. Anche se un po’ sopra le righe. Perché questa è l’essenza stessa del motorsport. Prendersi dei rischi quasi impossibili e riuscire nell’impresa. In fondo non è questo che ammiriamo nei piloti e il motivo per cui ci fanno battere il cuore? La capacità geniale e un po’ folle di osare l’inosabile; di percorrere una curva in pieno là dove il cervello e l’istinto di conservazione ti ordinerebbero di sollevare il piede dal gas; di tentare un sorpasso impossibile mettendo le ruote dove non ci passa una mosca; di prendersi un rischio che sembra insuperabile e riuscire a affrontarlo e superarlo indenni.
 
Il mito del motorsport si è costruito proprio su queste manovre estreme, feroci, impossibili e sopra le righe. Spesso fuori regola ma esaltanti  perché impreviste. Gli esempi sono tanti. I più clamorosi furono il sorpasso di Zanardi su Herta al Cavatappi di Laguna Seca nel 1996 in IndyCar oppure quello identico di Valentino Rossi su Stoner - stessa modalità, stessa curva ma su due ruote - in motoGP nel 2008. Per non parlare dell’episodio più mitizzato di tutti, quello che ha creato le basi della leggenda. Il mitico duello ruota a ruota Villeneuve-Arnoux a Digione ‘79. Dove i due a furia di ruotate si sono spinti parecchie volte oltre la fatidica linea bianca che delimitava la pista. Abbiamo sempre considerato quel duello come il punto più alto dell’emozione nelle corse perché è stato un duello rude e sincero ma senza sfociare nell’antisportività.

Perché Gilles e René si sono affiancati, toccati, spintonati e superati ma senza buttarsi fuori. Senza innescare un incidente. Questa è stata la vera abilità dei due. Guidare sopra le righe ma un pizzico sotto la collisione. Invece rileggendo quegli episodi con il senno e le regole di oggi, Zanardi, Rossi, Villeneuve e Arnoux sarebbero passibili di squalifiche e penalità. Le fatidiche “regole d’ingaggio” che specificano quello che si può e quello che non si può fare hanno condizionato la natura rude di questo sport. È questo che davvero vogliamo? Riscrivere la storia delle corse e rinunciare alle emozioni? Vogliamo davvero fare i revisionisti e dire che le imprese di Zanardi, Rossi, Villeneuve e Arnoux sono fuorilegge e devono essere cancellate dai libri degli episodi leggendari del motorsport? 
 
Come sa bene chi studia giurisprudenza, esiste la legge ma esiste anche una interpretazione della legge lasciata al Giudice e basata sul buon senso. Certe manovre, che sono normalmente irregolari, in certe condizioni di estrema competitività (la prima curva dopo la partenza ad esempio) vengono tollerate perché frutto di agonismo estremo, non di volontà di frode. Forse un duello all’ultimo giro dove ci si gioca il podio potrebbe rientrare in questi canoni ed essere tollerato come agonismo estremo se non sfocia in un incidente. 
 
Oppure basterebbe tornare a mettere il sano e vecchio manto d’erba ai lati del cordolo invece del cemento, come si faceva fino a dieci anni fa. Così chi ci va sopra per cercare ulteriore spazio sa che lì non trova grip e se da un lato farà meno strada, dall’altro è consapevole che perderà aderenza e trazione. Quindi a suo rischio e pericolo. Lo svantaggio compenserà il vantaggio. Se poi passa lo stesso, bravo lui e merita la posizione. Che siano la pista, l’azzardo e il talento individuale i migliori giudici del motorsport. E non i codicilli scritti da un burocrate della Fia che magari non ha mai guidato un'auto da corsa in vita sua.