C’era una volta un pilota di moto di tanti anni fa che aveva inventato una definizione cruda ma molto azzeccata per definire un giro secco da qualifica particolarmente riuscito, come quello compiuto da Hamilton a Melbourne. Lo chiamava il giro “a vita persa”. Che nella sua semplicità un po’ naif stava a intendere che il pilota, in quel giro tutto d’un fiato, metteva da parte il naturale l’istinto di conservazione, il timore di perdere la vita e di un incidentte per prendersi ogni rischio possibile e andare al massimo delle sue capacità. 

Perché vi racconto questo? Perché il giro a vita persa di Hamilton diventa fuorviante per giudicare veramente il potenziale delle Rosse in questa prima qualifica di stagione e capire dove si collocano le Ferrari in una ideale scala di valori

La qualifica di Melbourne è finita con Lewis che ha conquistato la 73° pole della sua carriera e ha rifilato oltre 6 decimi - per la precisione 664 millesimi - a Raikkonen e pochi millesimi di più a Vettel. Ma è giusto dire che in quel giro a vita persa, c’è tanto di Lewis e poco della Mercedes, come ha sottolineato Nico Rosberg ospite Tv del primo GP? Ovvero: la differenza l’ha fatta Lewis e la sua guida sublime oppure il “motorone” della W09? Per cercare di capirlo analizziamo i tempi delle qualifiche escludendo però la Q1 perché i piloti giravano con più benzina per “scoprire” il grip di una pista che si era appena asciugata dopo la pioggia. 

Partiamo dalla Q2 dove il più veloce è stato Vettel, con 1’21”944, di 107 millesimi davanti a Hamilton con Raikkonen staccato di mezzo secondo per un suo errore. Ma Bottas dov’era? Prima di schiantarsi nella Q3 era lì: a soli 4 centesimi da Hamilton. 1’22”051 per Lewis e 1’22”089 per Valtteri. Quindi la prestazione delle due Mercedes sembrava abbastanza plafonata, con entrambi i piloti sull’1’22” netto. Forse era quello il potenziale tecnico della macchina. E la Ferrari era lì a giocarsela con loro.

Poi in Q3 Hamilton ha tolto via di colpo quasi un secondo al suo tempo della Q2, mentre Vettel ha limato appena un decimo al suo tempo precedente (Raikkonen, come detto, non fa riferimento perché aveva sbagliato i giri della Q2). Quindi che cosa è successo in quella Q3 per aprire mostruosamente il divario fra la W09 e la SF71H? La prima ipotesi è che la Mercedes, contrariamente al 2017, abbia deciso di usare il “bottone magico” - quello che cambia la mappatura motore e il recupero di energia dal turbo per spremere più cavalli - soltanto in Q3. L’anno scorso i tedeschi lo usavano fin dalla Q2 e l’incremento nei tempi si vedeva. Quest’anno, con i propulsori che debbono durare 7 GP, potrebbero aver pensato di non stressarli troppo a lungo e utilizzare l’overboost (chiamiamolo così per semplicità) soltanto nell’ultima fase di qualifica. È plausibile. 

Se andiamo a analizzare i crono parziali delle ultime due fasi di qualifica, vediamo che nel settore n.2 della pista, quello centrale che va dalla curva 6 alla curva 11, Hamilton è passato da 22”3/22”4 della Q2 all’incredibile parziale record di 22”066 nel giro da pole. Soltanto lì, nel segmento più breve della pista (22 secondi su 81” di giro complessivo) ha guadagnato parecchi decimi. Che hi speciale quel 2° settore oltre che essere particolarmente corto? Che è il più veloce, caratterizzato da due allunghi dove il motore conta tantissimo. Nel terzo parziale della Q3, il più guidato e caratterizzato dalla curva “da pelo” a destra che ha fatto sbagliare Vettel e Verstappen, Hamilton è stato anche lì il più veloce di tutti (32”400) ma non è stato così irresistibile: Ricciardo per esempio ha percorso quel settore in 32”464 nel suo giro finale. Mica tanto distante da Lewis... 

In pratica Hamilton, da Q2 a Q3 ha guadagnato 2 decimi nei primi 26” del giro, altri 3 decimi e rotti nel secondo breve settore di motore, e 4 decimi nell’ultimo tratto che era il più lungo e guidato. Quindi sicuramente Hamilton, in quel giro secco per la pole, ci ha messo del suo di guida specie nel settore 3. Ma l’impressione è che abbia avuto una bella spinta nei rettifili e nelle accelerazioni dal solito bottone magico della Mercedes. La controprova però non esiste. Avremmo potuta averla soltanto paragonando i parziali di Lewis a quelli di Bottas, ma è impossibile perché il finlandese s’è schiantato subito.

Possiamo anche ipotizzare che il divario di 0”664 fra Vettel e Hamilton sia anche dovuto a qualche erroruccio di Seb, visto che è stato dietro a Raikkonen. Ma sono sfumature perché per tutte e due i giorni i ferraristi si sono alternati nei tempi, anzi quello che è apparso sistematicamente più veloce e quindi meglio capace di sfruttare il potenziale della Rossa, è stato proprio Kimi. Che è risultato 3 decimi più lento di Hamilton nel 1° settore, un decimo e mezzo meno veloce nel 2° settore e poi ben 2 decimi e mezzo più lento nel 3° tratto. 

Che dobbiamo concludere? Che forse la Ferrari, rispetto alla Mercedes, perde meno nei parziali di motore e di più in quelli guidati. Che spiegherebbe anche perché Vettel continuava a lamentarsi di non avere un feeling perfetto dalla sua macchina. Tutto fila con la conclusione che la Rossa ha un gran ben potenziale, mentre non ha ancora un set-up perfetto dove il telaio deve consentire al pilota di fare la differenza. 

A titolo di curiosità, teniamo presente che le Red Bull sono più vicine di quanto si creda. Verstappen e Ricciardo sono gli unici due piloti che nel giro finale hanno peggiorato uno dei loro parziali. Perciò non bisogna sottovalutarli. Se Verstappen non avesse sbagliato la curva 13 nell’ultima parte del suo giro uscendo oltre il cordolo e intraversandosi leggermente, sarebbe finito in prima fila scalzando Raikkonen. Infatti Max fino a quel punto era in ritardo di appena 12 millesimi da Kimi, ma se invece di voler strafare avesse semplicemente ripetuto il suo parziale del giro precedente nel 3° settore (32”563), avrebbe rifilato a Raikkonen oltre un decimo sul traguardo invece che finire staccato di 51 millesimi. Il suo ideal time, infatti, sommando i parziali migliori, è di 1’21”775 contro l’1'21”828 di Raikkonen.