di Mario Donnini Please, smettiamola di parlare del record assoluto di pole position in F.1. O, se vogliamo proprio farlo, diciamo le cose come stanno. Non è affatto vero che la lotta adrenalinica per la pole è tornata in auge nel terzo millennio e che Senna ha perso l’esclusiva del primato assoluto a vantaggio di Schumacher per 68 a 65. A me risulta il contrario. Perché dobbiamo piantarla una buona volta di misurare tutto, la nostra vita e quelle altrui, solo con i numeri in una sorta di folle orgia pitagorica e bancaria, per rimetterci in testa che è l’uomo la misura di tutte le cose. E nella lotta per la pole position mai i piloti furono così uomini, mai così coraggiosamente, disperatamente, fragilmente ed effimeramente campioni e al tempo stesso umani, come nell’era della F.1 caratterizzata dal turbo, dall’effetto suolo, dalle gomme da qualifica e dai primi freni in carbonio. Quella del giro secco a vita persa. Diciamo pure l’epopea dei favolosi Anni ’80. Intendiamoci, erano pole che servivano a poco o niente. C’erano ancora curvoni strappacuore, tipo Signes e Peraltada, e sorpassi a go-go. Le monoposto avevano un’aerodinamica raffinata ma non critica e potevi vincere un Gran Premio persino da fondo griglia, avviandoti ultimo. Partire in testa non garantiva niente. Ma proprio nella sostanziale fuggevolezza, inutilità e caducità della pole, si nascondeva un fascino autoessenziale, ammaliante e perverso. Per due minuti scarsi, costasse quel che costasse, si diventava l’Uomo più veloce del mondo. Al volante di una monoposto - per definizione macchina frivola, sogno alato e sterile, sbaffo tellurico - che diveniva magicamente e pericolosamente la sublimazione del suo stesso effimero, una farfalla meravigliosa che sbattendo un poco le ali già ne perdeva le miracolose polveri. Con un motore che durava tre giri a pieno regime, gomme che si sfilacciavano dopo due, freni che calavano dopo uno e un cuore, quello del pilota, mica tanto sicuro di reggere. Fu intuendo questo scenario che Vittorio Brambilla, il più coraggioso di tutti, nell’80, a 43 anni scosse la testa e disse basta. Gilles Villeneuve, invece, anelò al mito al prezzo purtroppo pagato di una roulette potenzialmente assassina. Uscendo dalla vita, un pomeriggio maledetto, a Zolder, nell’82. L’anno in cui il 42enne Mario Andretti, tornato dal passato, sbarcò a Monza e piantò in pole la Ferrari numero 27, in un boato che fece rizzare in piedi i centomila dell’autodromo. E chissenefrega della corsa di domani. Fu da quest’acqua bollente, brodo fecondo e primordiale, che emersero i nuovi mostri Piquet e Mansell, che in qualifica si giocavano pure le vertebre per spremere adrenalina dalle surrenali e tempi monstre dai cronometri Poi arrivò lui. Ayrton Senna. Il poleman evoluzione 2, il prodotto più raffinato di una razza nuova che però faceva commuovere pure gli anziani. E il suo battito animale divenne colonna sonora ideale del giro della morte. Fuori dalla macchina sembrava tenero, acqueo, d’un bello burroso, mistico e dolce. Intenso e quasi indifeso, velato d’una malinconia cullante e infinita. Quando a cinque minuti dalla fine delle prove entrava nell’abitacolo e serrava le cinture a sei ancoraggi, tutto cambiava. Le orecchie a sventola sparivano, nascoste e compresse dal casco, giallo come i giacimenti auriferi del Brasile, con un po’ di verde a ricordare la foresta pluviale dell’Amazzonia e d’azzurro, il cielo di Rio. Le labbra, meno carnose di prima, s’increspavano diventando un’onda crudele. Gli occhi, due laser. Poi il pollice su, il segnale d’okay, il ruggito del motore e la macchina in corsia box che si muove con la lentezza minacciosa della belva prima dell’attacco. Un giro, un giro solo per dimostrare chi sei. La scarica di mille cavalli alla schiena come un ciak che dà azione a un film impazzito d’asfalto e caucciù nebulizzato di gomme che stridono, odore che si mescola a quello pungente della benzina che profumando brucia. Ancora mezzo giro. La nostalgia. Ecco, sì, il segreto è tutto lì. Ayrton cambiò per sempre il segno algebrico della nostalgia, la saudade brasiliana dei romanzi di Amado, delle poesie musicate di Vinicius de Moraes. Con la fretta fotonica di quel giro, quella mezza tornata, con la fame di quegli ultimi centimetri mancanti, ogni volta spiegava al mondo che a contare davvero, a dare valore a un uomo, in pista e fuori, non è la nostalgia del passato, ma la nostalgia di futuro. Quella, devi avere. Bandiera a scacchi, Ayrton Senna ha la pole. Domani, domenica, partirà davanti a tutti, il resto cosa importa. La nostalgia di futuro. Soprattutto altrui. Senna lo disse chiaro: regalare speranza significa dare opportunità. Ayrton che segretamente versa in beneficenza milioni di dollari, Ayrton che all’improvviso entra negli ospedali dei poveri a San Paolo e va a sorridere i bambini, Ayrton che irrompe nelle invivibili favelas che gli si schiudono improvvisamente felici, festeggiato dai meninos de rua. Ayrton che dà vita a una fondazione che a venti anni dalla sua scomparsa ha seguito con programmi di supporto scolastico e educativo 18 milioni di ragazzi brasiliani. In pista e fuori, amava meravigliare, all’improvviso e di fretta. Come se cercasse la pole anche da uomo. Perché basta un giro per cambiare una vita. E il suo mondo, forse tutto il mondo, capì. Il giorno in cui un milione di paulisti l’accompagnò nell’ultimo viaggio, tanti piansero ma tutti dissero una frase semplice che da sola scioglieva il nodo in gola: «Valeu, Senna». Valeu. Ne valeva la pena. Nessuno fu come lui, nessuno lo sarà più. Certe sere, ancora oggi, al vecchio fotografo di Autosprint Angelo Orsi s’incrina la voce quando ricorda Ayrton a Imola che fa regolare le gomme con quattro valori di pressione differenti l’uno dall’altro, la formula magica e alchemica per gettarsi in pista a capofitto, a due minuti dalla fine delle prove, e infliggere agli avversari la coltellata devastante e definitiva. Questa, una volta, era la pole. Non un secco responso cronometrico, ma una filosofia di vivere le corse per raccontare se stessi. Bella, pazza e terribile. Una cultura, una civiltà. Che, siamo realisti, abbiamo perso e non ritornerà più. Come gli amori che abbiamo amato troppo o troppo poco pentendoci quando era tardi, come gli amici che se ne sono andati, come certe domeniche pomeriggio infinite a cavallo di anni volati via, quand’eravamo felici senza saperlo. Cari studiosi di statistica dai calcoli micidiali e dai primati ritoccati, abbiatelo un pensiero caldo, per quel nostro paradiso perduto. Là dove resta vivo anche chi non lo sarebbe. Noi siamo e resteremo quelli che svegliandoci ogni 21 marzo e aprendo gli occhi diciamo e diremo sempre le stesse tre parole. Buon compleanno, Ayrton.