Hockenheim, 7 aprile 2008. Basta uscire dalla traiettoria della Parabolika Einfahrt, la secca curva a destrorsa posta alla fine del settore uno del moderno tracciato, e dirigersi a piedi, un giorno come tanti altri, per uscire dall’asfalto e varcare reti e protezioni fino a puntare il prospicente bosco di querce e pini che porta il nome di Eichelgarten. Una semplice croce di pietra, discreta, piccola e tozza, circondata dall’erba e da delicati fiori bianchi, reca una semplice iscri- zione: “JIM CLARK, 7-4-1968”.

Qualche passo e un blocco in granito cementa un altro ricordo, quello del pilota neozelandese Bert Hawthorn, scomparso anch’egli lì mentre era al volante di una F.2, quattro anni dopo, quasi a testimoniare che è un posto stregato, quello. Si, Hockenheim, 7 aprile 1968, giusto quarant’anni fa. Ci sono giorni nella vita di un uomo in cui non può accadere proprio nulla di buono, ma che comunque non verranno mai più dimenticati. Per esempio la gara d’apertura dell’Euro F.2 in programma sull’allora velocissimo tracciato a forma di fagiolo è destinata a restare la più maledettamente importante corsa di formula cadetta nella storia dell’automobilismo. Non per quello che offre, ma per il nome del pilota che rapirà per sempre: Jim Clark, appunto.

GIORNO MALEDETTO. Quinto giro della prima manche. Lo scozzese non si aspetta più nulla di buono. Già in prova era solamente settimo, con una prima fila monopolizzata dalle Matra di Beltoise e Pescarolo. Su pista bagnata, Clark è già fuori dalla zona nobile della classifica ed è alle prese con un motore recalcitrante quando percorre un rettilineo a circa 250 km/h, seguito a circa 200 metri dal pilota Chris Irwin. Ha 32 anni, essendo nato il 4 marzo 1936. Lì finisce la sua storia e comincia la laica sacralizzazione avvolta in una lieve nube d’acqua nebulizzata, quasi a simbleggiare un mistero mai risolto. Perchè la sua Lotus 48 ha cominciato a zigzagare ed è uscita di strada, sbattendo poi violentemente contro gli alberi? Ha ceduto una sospensione? Oppure ha fondamento l’ipotesi di una manovra disperata per evitare un improvviso e mai provato attraversamento di pista a parte di uno spettatore? O, piuttosto, ha ragione la perizia che il patron della Lotus Colin Chapman fa eseguire sui resti della monoposto, evidenziando l’afflo- sciamento di una gomma quale causa ultima - ma in fondo comoda e liberatoria, se due ag- gettivi cosi? possono essere usati senza cattivo gusto -, del tragico crash? E' inutile, nessuno lo saprà mai con assoluta certezza. Il mistero va rispettato, non violato gratuitamente. Di sicuro c’è solo che Jim Clark è morto all’istante e senza colpe mentre guidava una monoposto che si è praticamente polverizzata.

CHI E' JIM CLARK? Quarant’anni dopo ha molto più senso chiedersi chi è oggi, Jim Clark. Il Fausto Coppi della F.1. Il pilota delle fughe nella leggenda. Il via a ruote fumanti, dalla pole, tre-quattro curve e un uomo solo è al comando: lui. Per sempre. Sovrano delle rimonte impossibili - vedi Monza 1967 -, unico iridato fedelissimo a una sola Casa, la Lotus. Solo campione ad aver vinto nello stesso anno, il 1965, il titolo mondiale di F.1 e la 500 Miglia di Indianapolis. Era il castigaferrari, il principe del kappaò tecnico, il peggior avversario che qualsiasi campione degli Anni ’60 avrebbe voluto incontrare sulla sua strada, eppure non fu mai odiato, inviso ai rivali. Già re delle pole e dei giri più veloci, talento naturale, tattico tetragono e finissimo tester, nella sua epoca lo “Scozzese Volante” è stato il primo a guidare e guidare le sue Lotus avendo un computer a bordo ma il computer era proprio lui, Jim Clark. Partecipò solo a 72 Gran Premi e ne vinse 25. Fondamentalmente tutti quelli in cui la sua Lotus non fece bizze. A parte Jackie Stewart, che corse 99 Gp vincendone 27, tutti quelli che hanno trionfato più di Jim hanno disputato almeno 150 corse iridate: il doppio. E con il 34,7% di vittorie su gare disputate, Clark è superato nel rapporto, tra quelli che hanno vinto più di lui, solo da Michael Schumacher (248 corse/91 successi), col 36,6%. I fatti, come sempre, sono argomenti testardi, ancora oggi, per capire e sognare Jim Clark, due volte iridato, nel ’63 e nel’ 65. Il resto è emozione, nostalgia, classe allo stato puro. Dolce rimembranza.

I RICORDI DI AMON. Ci pensa Chris Amon, uno tra i piloti più veloci dell’era Clark, anche se senza dubbio il più sfortunato perché mai vincente in un Gp iridato, a ricordare e valutare il campionissimo dal suo privilegiatissimo punto di vista (96 Gp disputati dal 1963 al 1976): «Credo che Jim Clark - spiega Amon -, sia stato il pilota più forte che io abbia mai incontrato. Anche Jackie Stewart era molto buono, quasi veloce quanto Clark, ma lui doveva lavorare duro per stare al passo del connazionale, invece Jim era un grande talento naturale, uno in grado di guidare qualsiasi cosa. Lo ricordo al Nurburgring nel ‘64 quando un privato gli chiese di fare un paio di giri sulla sua vettura. Pronti via e Clark gli dette dieci secondi al giro, subito. Ecco chi era Jim. È difficile compararlo con gente come Fittipaldi o Lauda. Jim era semplicemente un’altra cosa, una creatura di un altro pianeta». Specie nella serie Tasmania, che si correva nella seconda metà degli Anni ’60 dall’altra parte del mondo durante il nostro inverno, utilizzando monoposto in una configurazione che era una via di mezzo tra le F.2 e le F.1, con la Ferrari messa appunto a dovere Amon dimostrò coi fatti, a più riprese, di poter battere perfino Jim Clark. Eppure il parere del neozelandese, ormai 65enne, non lascia spazio a repliche: «No, no, non mi sono mai sentito uguale a Jim Clark. Nella serie Tasmania del ‘68, poco prima della sua morte, abbiamo lottato molto, è vero, ma lui trovava in sé sempre qualche risorsa extra. Nell’ultima corsa che vinse disputammo una battaglia incredibile, l’uno nella scia dell’altro, poi a ruote appaiate. La sua Lotus aveva più freni e la mia Dino 2,5 litri, ossia una F.2, era più leggera della sua. Alla fine, mi fregava puntualmente in frenata. Fatto sta che mi impegnai come un matto per batterlo in volata. Sapevo come farlo. Tutto andò come avevo previsto, però al traguardo fu davanti lui, per pochi centimetri. Questo era Jim Clark»