In poco più di un mese Stefano Accorsi è passato dal set alla pista, complici la passione per i motori che ha sin da giovane ed il film che gli ha consentito di conquistare il David di Donatello, Veloce come il vento. Ad Adria, nella prima gara della stagione 2017 del Campionato Italiano Turismo, il bolognese ha debuttato in pista (salendo sul terzo gradino del podio nel TCT) dopo quattro giornate complessive sulla Peugeot 308 Tcs, di cui tre di test ed una per la stampa in cui ha portato in giro i giornalisti. Ma comunque chilometri utili, quando si ha così poca esperienza. Addirittura, nella giornata in cui è stato presentato ai media il progetto, Stefano ha messo per la prima volta le gomme nuove, e così prima di scendere in pista ha fatto qualche giro seguendo il suo mèntore Massimo Arduini per imparare come pulire gli pneumatici dalla patina “di nuovo” senza rovinarli.

Che cosa ha fatto scattare la molla, la voglia di passare dal set alla pista?
«Le macchine mi sono sempre piaciute, da emiliano la meccanica mi ha sempre ispirato. Al mare in estate avevo un cugino meccanico che passa il tempo a disegnarmi bielle e pistoni sulla sabbia e spiegarmi come funzionava un motore. Persone che amano auto e moto nelle nostre zone ce ne sono tante, ma mi era rimasta come passione solo sulla carta. Con “Veloce Come Il Vento” sono potuto andare realmente in pista. Prima di iniziare con le riprese ci siamo visti con Massimo Arduini per capire cosa si prova a guidare in pista. E già in quella occasione la voglia si era accesa. Poi per il film abbiamo iniziato a frequentare i paddock per alcuni mesi. Finite le riprese è rimasto il desiderio, e siamo andati al Circuito Tazio Nuvolari di Pavia a guidare la Peugeot 308 Tcs. Ci siamo divertiti, e da lì è nata l’idea, un po’ folle, di iscriverci al campionato».

Dopo, com’è proseguita l’avventura?
«Abbiamo iniziato a girare in pista, ed è un grande privilegio avere tutta una squadra a tua disposizione, una macchina da gara, un istruttore come Massimo. Una esperienza davvero eccezionale per imparare a guidare».

Quindi, cosa c’era da imparare?
«Che la prima cosa da fare quando si arriva in pista è andare dalla macchina, dirle “Ciao” e darle un bacino! Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Perché bisogna creare un rapporto in qualche modo intimo con la macchina.
Poi abbiamo iniziato a girare, i tempi si sono pian piano abbassati, e ora siamo passati dall’iniziale “Ma chi me lo ha fatto fare?!?” all’attuale voglia di salire ed entrare in pista appena vedo la macchina».

Com’è stato indossare la tuta?
«Quanto la metti la prima volta, ti domandi se sarai in grado di usarla con un briciolo d’onore. Adesso me la sento proprio bene, questa Sparco è iperleggera e fantastica, unica cosa è che gli mancano le tasche e tutte le volte al bar mi tocca farmi offrire da Massimo Arduini!».

Quale è stata la cosa più difficile da imparare?
«La guida in pista è completamente diversa da come siamo abituati: di solito cerchi di modulare la frenata, dare il gas dolcemente… qui si va al limite del mezzo, se ci si arriva, e sicuramente ai propri limiti. Devi staccare il più tardi possibile, dare un bel colpo di freno, da modulare in un modo completamente diverso, e anche l’uso del gas è differente in uscita. Quindi è un usare la macchina il più vicino possibile alle sue potenzialità, in base alle caratteristiche della pista. Insomma bisogna dimenticarsi quello che si sa dalla guida di tutti i giorni e rieducarsi ad un altro modo di guidare».
 

L'intervista completa sul numero di Autosprint in edicola dal 9 maggio