È già Alessandro Zanardi Show a Daytona Beach e non solo, in occasione del Roar Before, ormai tradizionale test collettivo di preparazione e introduzione al weekend vero e proprio della 24 Ore, in programma tra sabato 26 gennaio e domenica 27. Era dal 2001, il suo ultimo anno di corse in monoposto prima dell’incidente del Lausitzring, che il pilota bolognese non trascorreva così tanti giorni consecutivi negli Stati Uniti, divisi tra pista e attività promozionali con la Bmw.

Dando vita a una passerella propedeutica e fruttuosa sul tracciato della Florida che ne sancisce lo status non solo di pilota seguitissimo, ma anche di vera e propria superstar mediatica di caratura mondiale. Tale, poco dopo, da completare la trasferta, a Manatthan, dando il tocco di campana che segna la chiusura delle contrattazioni al NASDAQ. Con tanto di proiezione dei momenti salienti dell’evento sugli schermi di Times Square e successivi interventi alla CNN e alla ABC, a sancire la rilevanza di un personaggio che è ormai patrimonio stesso di quell’umanità della quale è portatore sano e orgogliosamente quanto tenacemente positivo.

“Ispirational” è il termine con cui ha definito la presenza di Zanardi a Daytona nientemeno che Fernando Alonso in un tweet, ossia una figura capace di dare esempio, motivazioni e forza solo con la testimonianza della sua storia. Nando non a caso inserisce sui social uno scatto che lo ritrae con Alex e Barrichello, così didascalizzandoli: “Non vedo l’ora di gareggiare con queste leggende: Zanardi e Barrichello! Vi rispetto molto amici miei. #racers #inspiration #respect #friends #daytona”.

E Zanna di rimbalzo replica: “@alo_oficial che mi chiama leggenda! Azz! Finisce che mi monto la testa! Ok: piedi per terra! Uhm, ok, volevo dire calma, un passo alla volta… Vabbè, doppi sensi a parte, mi avete capito no?!? Saluti da Daytona @Rolex24Hours”. 

Il resto lo racconta, qui, a caldo, in esclusiva, appena rientrato in Italia, dopo undici giorni. «Il mio ritorno negli States lo paragonerei a una ricongiunzione fortemente voluta e poi tanto apprezzata. C’è un aspetto umano preponderante in queste mie parole, di tecnica e guida parliamo dopo. È stato bello scoprire profondamente Daytona, che avevo già saggiato in dicembre in un’intensissima giornata di prove, ma stavolta è stato diverso. L’abbraccio con gli italiani, i saluti di tanti, in pratica di tutti, le mille interviste, l’aver incontrato il mio ex tecnico e vecchio amico Checco Ravera della Rc, la mia squadra ai tempi della F.3... Ecco, sono tutti momenti fantastici, compreso il successivo passaggio a New York per le attività di promozione portate avanti con la Bmw, che hanno ottenuto un’enfasi al di là d’ogni rosea aspettativa»

E a Daytona ti sei ricongiunto pure con Chip Ganassi, il tuo team principal & owner ai tempi dei due titoli nella serie Cart nel 1997 e nel 1998, adesso rivale della Bmw, con le sue Ford.

«Altroché, mi ha precettato in sala stampa dicendomi che non potevo dire di no a un suo invito a cena, perché mi avrebbe portato a mangiare in un luogo in cui le bistecche portano stampigliato proprio il nome di Chip Ganassi. E io gli ho risposto: “Okay, Chip, ma se ha il tuo nome, quella carne non dev’essere poi così tenera...” - e tutti son scoppiati a ridere. A cena c’erano anche l’asso della Indycar Scott Dixon, col quale ho parlato molto, e Dirk Muller». 

Torniamo a te come personaggio Stars and Stripes.

«Logico, la mia storia cattura l’immaginario collettivo in modo romantico. Fa presa sulle persone. E poi quando c’è un risultato da ottenere, una sfida da lanciare, che sia l’Iron Man, l’Hand Bike ovvero una gara in macchina, l’evento, in questo caso l’attesa 24 Ore di Daytona, finisce per rilanciare il mio vissuto e il mio modo di prendere le cose. Per giusto o sbagliato che sia, la mia storia mi vede fare cose tali da mettermi alla prova divertendomi e nello stesso tempo divenendo esempio ideale. Dando forza e ragionamenti alle cose e alle sfide che altri, nel quotidiano, stanno facendo, cercando di superare le proprie difficoltà. E così pensano a me e dicono: “Dio mio, ma guarda questo!”. E avverto che c’è un comune denominatore tra uno come me e uno che cade dalla moto, perde una gamba e appena possibile deve tornare a lavorare presso il mercato ortofrutticolo. Anzi, magari la vera lezione di vita, il sacrificio eroico e più difficile, è il suo, ancor più del mio, ma non aggiungo altro, mi fermo qui. Ciascuno ha le sue sfide, i suoi traguardi, i suoi punti irrinunciabili e non deve mai smettere di crederci, anche soffrendo tanto, se necessario. Io dico che ci ho sempre provato a alzare l’asticella del limite, ad andare legittimamente oltre. Così facendo, certo, ho commesso tanti sbagli, ho fatto cavolate altrimenti evitabili, ma sono anche arrivato dove muovendomi con circospezione sarebbe stato impossibile giungere. Ecco, questa sfida con la Bmw M8 si inserisce in questo quadro sportivo e anche esistenziale, è un episodio di una serie a puntate che obbedisce a questi canoni di vita che mi sono dato».

Il resto dell'intervista lo troverete sul prossimo numero di Autosprint, in edicola da martedì 22 gennaio.