Fernando Alonso è incappato a Indy in uno dei KO più pesanti della sua carriera, una mancata qualifica che grida vendetta considerando soprattutto il positivo debutto di due anni fa, quando aveva lottato per il successoAllora però, correva con l’Andretti Autosport, e McLaren era solo una scritta sulla vettura. Cos'è andato storto? Una serie di fattori hanno contribuito alla sconfitta, concretizzata tra l'altro per mano di uno dei rivali più inattesi. Kyle Kaiser. Il giovane californiano, col team minore più... minore della categoria, di proprietà di un ex immigrato squattrinato, è riuscito a battere il due volte campione del mondo.

La sensazione è che in McLaren si sia clamorosamente sottovalutato cosa volesse dire mettere in piedi una squadra da zero e affrontare, di punto in bianco, la gara più difficile al mondo. Paradossalmente, sembra che gli uomini di Woking si siano buttati nell'avventura con lo stesso sistema usato all'inizio della partnership con Honda in F1. Grandi professionalità, un progetto sulla carta tecnicamente impeccabile (da ricordare il celebre "size zero") ma... avulso dal contesto, che non considerava le variabili di sistema tipiche dei progetti al debutto.

Si è scelto ad esempio un team di supporto agli esordi e - finora - dai pochi risultati, con la certezza che le professionalità innestate cambiassero tutto da un giorno all'altro. Cosa che ovviamente non è successa. La dimostrazione è stata data dall'incidente di mercoledì, che ha tenuto Alonso fermo per un giorno mentre la macchina di scorta veniva assemblata. James Hinchcliffe, dopo il botto della qualifica, è tornato in pista in due ore. Avrebbe sicuramente aiutato partecipare a qualche gara a inizio anno per trovare la giusta alchimia. In questo senso, il team DragonSpeed ha dato una dimostrazione di umiltà e risultati impressionante. 

C'è poi l'aspetto dato dalla nuova vettura. La Dallara introdotta due anni fa ha cambiato radicalmente sia la guida che il set-up. Avere molto meno carico nelle curve ha portato tutti più al limite, con la necessità di forzare e, a volte rischiare. E' stato fondamentale dare ai piloti una macchina veloce ma che ispirasse loro fiducia nei momenti di massima criticità. Se anche alcune scuderie di vertice hanno faticato, vedi Ganassi, figuriamoci una combinazione pilota-vettura di fatto alla prima esperienza.

Fatale è stata anche l'attitudine. La tanta confidenza sbandierata all’inizio dagli uomini McLaren  si è via via sgretolata davanti a tante situazioni non ideali. Lo smarrimento era chiarissimo negli sguardi di Alonso e del team già nella prima qualifica.  La mancanza di fiducia ha portato a mettere tutto in dubbio, e a perdere il bandolo della matassa, cercando anche l’aiuto di altri team. Tutte cose che, alla fine non hanno contribuito né alla serenità, né al risultato.

Alonso, a conti fatti, non poteva fare di più. Considerato il lungo stop per assemblare la macchina di scorta, e il meteo dei giorni successivi, ha fatto pochissimi chilometri. Soprattutto non ha potuto apprezzare il comportamento dell'auto, particolarmente sensibile alle condizioni atmosferche. E in qualifica vento, temperature e umidità si sono rivelati fattori chive. Il fatto che sia stato lontano dalle formule, come dice qualcuno, non conta nulla. Dopotutto, Pippa Mann, ferma da un anno, si è qualificata, così come Ben Hanley, recentemente a sua volta al via solo dell'endurance. Nemmeno è pensabile che l'asturiano sia stato così sconvolto dall'incidente da perdere nettamente prestazioni: altri piloti, protagonisti di crash più violenti, ce l’hanno fatta.