Fino allo scorso anno Chris Amon deteneva un singolare primato. Era l’unico pilota vivente di nazionalità neozelandese ad aver mai vinto una 24 Ore di Le Mans. Il suo compagno nel team Shelby, il connazionale Bruce McLaren morì in un tragico incidente a Goodwood nel ’70 e non ha potuto festeggiare il successo di Earl Bamber, driver del “downunder” che nel 2015 è salito sul primo gradino del podio assieme a Hulkenberg e Tandy.

Correva l’anno 1966, esattamente mezzo secolo fa: Amon e McLaren dividevano il volante della Ford GT40 numero 2, capace di interrompere sulla Sarthe un dominio Ferrari che durava dal '60 e dando il la a un poker di vittorie dell’Ovale Blu terminato con il successo di Jacky Ickx nel ’69. Oggi Amon ha 73 anni e ricorda così la vigilia di una gara che in definitiva fu un successo corale a stelle e strisce: “Sapevamo entrambi che le nostre principali avversarie sarebbero state le altre Ford. Avevamo già corso nel ’65 con la GT40 ed eravamo molto più veloci delle Ferrari, fino a quando non abbiamo avuto problemi di affidabilità. Sapevamo anche che le Ferrari avevano fatto progressi e che l’avrebbero dimostrato in gara”.

Non tutto filo liscio fin dall'inizio, anzi: "Partimmo con gomme Firestone intermedie, ma l’asfalto era bagnato e i pneumatici iniziarono a degradare. Così parlammo con Firestone che ci permise gentilmente di andare alla Goodyear per farci dare altre gomme. Bruce, che aveva fatto il primo stint, era andato a contrattare mentre era il mio primo turno. Quando tornai ai box per sostituire le gomme era talmente frustrato che stava per andare in ebollizione. Così prima di ripartire mi incitò urlando “Go like hell!”

Una frase rimasta nella storia della gara, tanto che il prossimo film su Le Mans (la presenza di Brad Pitt allo start di sabato 18 non dovrebbe essere causale) dovrebbe intitolarsi proprio Go like hell! E il plot dovrebbe proprio essere incentrato sulle gesta dei due neozelandesi: “All’epoca la velocità di punta della GT40 era di oltre 150 km/h maggiore di quella di altre vetture, quindi era percioloso, con la pioggia e la foschia, piombare sulle altre auto con scarsa visibilità. Trovai molto difficoltoso pilotare all’alba e al tramonto, a causa della luce scarsa. Inoltre le macchine dell’epoca buttavano fuori un bel po’ d’olio, che mischiandosi con l’acqua rendeva l’asfalto molto scivoloso”.

La gara fu dominata da Ford e dopo l’ultimo pit stop tre GT40 occupavano le prime tre posizioni, con Miles e Hulme (altro neozelandese) in testa seguiti da Mc Laren e Amon, mentre Bucknum e Hutcherson erano staccati di alcuni giri. A Le Mas era presente nientemeno che Henry Ford II e per rendere speciale la vittoria il team decise di far tagliare il traguardo “a braccetto” alle due macchine di testa. Il primo a passare sotto la bandiera a scacchi fu McLaren, con un vantaggio minimo su Miles: “Tanto che all’inizio non eravamo nemmeno sicuri di chi fosse il vincitore”. Una volta sul podio “devo ammettere di essere intimidito dalla situazione. Avevo solo 22 anni e accanto a me c’erano Henry (Frd, ndr) e sua moglie. Non ricordo esattamente cosa dissi, ma fu una gioia unica”. 

Ovviamente ora Le Mans è tutta un’altra cosa: “Le differenze prestazionali tra le vetture erano molto più accentuate ai miei tempi e la sicurezza era molto inferiore. Il circuito era molto più pericoloso e le nostre macchine non avevano servosterzo e paddles al volante, così pilotare era molto più faticoso. Alla fine della gara ti trovavi dolorose piaghe sulla mano che usavi per cambiare. Un’alta cosa da considerare erano i freni, perché quando arrivavi alla fine della Mulsanne a 350 km/h erano freddi e c’era il rischio che i dischi si rompessero. Comunque sia, oggi come allora, le corse di endurance sono la prova definitiva per un pilota e per una macchina. Questo non è cambiato molto negli ultimi 50 anni”