Manca un giorno all partenza della Dakar. Da Lima, il 6 gennaio, andrà il scena il prologo della Dakar 2019, per poi iniziare a fare sul serio dalla prima “vera” tappa il sette gennaio.

Nella prima parte vi abbiamo raccontato come è nato il sogno scritto sulla sabbia da Thierry Sabine. Quella prima edizione ebbe uno spirito amatoriale, corsa con mezzi praticamente di serie e senza che i piloti avessero la minima idea del percorso.

Lo spirito del raid, “scuola di vita” come spesso lo definiva Sabine, si è forgiato in quegli esordi che avevano il sapore di pionierismo e avventura. La bravura di Sabine è stata tramutare la gara da una spedizione amatoriale a un rally raid per professionisti e, nel corso degli anni, Case in veste ufficiale e piloti famosi sono stati presi dal suo fascino.

Gli albori e la nascita del mito vero e proprio sono da circoscrivere tra il ’78 al ’94. Dopo iniziarono dei cambiamenti profondi, che portarono al progressivo abbandono della partenza da Parigi, ma conservando l’arrivo in in Africa. 

Poi, dopo l’anno buio del 2008, la corsa ha abbandonato completamente l’Europa e il Continente Nero per il Sud America. Cambiamenti traumatici, ma che si sono resi necessari.

Gli anni ’80 hanno visto come l’alzarsi il livello della competizione in maniera progressiva, diventando una sfida tecnica tra l’evoluzione dei mezzi, diventando sempre meno di serie e più specializzati. Le condizioni di gara hanno imposto cambi di stile di guida anche ai piloti: la strategia diventa importante più della velocità pura perché diventa chiaro come la bravura nella navigazione faccia la differenza.

Emerge anche il lato umano della competizione. La carovana diventa tutt’uno con il paesaggio africano, attesa e seguita dalle popolazioni dei paesi toccati, ma sopratutto contribuisce a far nascere un senso di fratellanza tra i piloti.

Soli e tutti contro tutti, ma in caso di necessità pronti ad aiutarsi e a fare gruppo per non lasciar indietro nessuno nel deserto.

Tra le auto sono gli anni delle sfide tra Neveu, prima su Volkswagen e poi su Renault e Auriol che si divide tra Renault e Mercedes, mentre tra le moto Yamaha, dopo la vittoria nella prima edizione, cade sotto i colpi inferti da BMW e Honda.

Sono anche gli anni delle tragedie e degli incidenti mortali. L’edizione del 1982 passò alla storia per l’operazione di salvataggio di Mark Tatcher, figlio dell’allora primo ministro inglese Margaret, smarrito con la sua Peugeot 504 nel Sahara. Il britannico fu trovato dopo 6 giorni dall’aviazione algerina.

Ed è proprio l’edizione del 1986 a passare alla storia a causa di un lutto, quello del fondatore della Dakar. Sabine precipitò con l’elicottero che stava usando per seguire la gara e non ebbe scampo dal terribile schianto.

Il rischio e la morte, però, non fermarono mai la competizione, anzi spinsero ad alzare l’asticella fino al punto che, sulla line di partenza sotto la Torre Eiffel si presentò un Costruttore famoso per le supercar e le vittorie in pista più che peri DNA rally. Porsche allestì una 911 nel ’84 e una 959 nel '86 che, nelle mani di Metge divennero leggenda.

La seconda metà degli anni ’80 ha visto gli italiani imporsi nel rally raid più difficile del mondo. Nel 1986, Vismara, tra i camion, fu il primo azzurro a conquistare il gradino più alto del podio a Dakar.

La sua vittoria fu seguita da quella di Edi Orioli, tra le moto, nel 1988… Ma l’edizione più dolce per il Tricolore resta quella del 1990 con ben due piloti italiani e con mezzi italiani tra i vincitori: Orioli, su Cagiva tra le moto e Giorgio Villa sul Camion Perlini.

Ma sono anche gli anni del turbo e del Gruppo B e per questo i protagonisti del Mondiale Rally si buttano a capofitto nel deserto. Tra le auto è dominio Peugeot con due piloti venuti dal freddo a sfidare il caldo arido del deserto. Vatanen e Kankkunen dominano la scena… Continua…