Il volto scavato, da uomo vissuto, da pilota che ne ha viste così tante che potrebbe riempire una biblioteca intera tra racconti e aneddoti delle sue due vite, prima a due poi a quattro ruote. Sempre a cavallo delle dune, dal Senegal al Sudamerica: Stephane Peterhansel, francese della Borgogna, classe 1965, è semplicemente Mr. Dakar, il principe del rally-raid più amato al mondo.

Quest’anno festeggia i suoi trent’anni di Dakar, la corsa di cui è il vincitore seriale per antonomasia. Tredici trionfi (6 in moto, 7 in macchina), più altri tre podi, quattro ritiri in tutto, qualche piazzamento senza pretese e ben cinque fermate ai piedi del podio, compresa l’ultima dello scorso anno.

Quando cominciò a frequentare le dune del Tenerè, era un giovane di talento di 23 anni e di grandi ambizioni, ora è un veterano che ha vinto tutto con Yamaha, Ktm, Peugeot, Mitsubishi, BMW e dopo i due successi con Mini nel 2012 e nel 2013, spera di ripetersi con il Team X-raid. Una sorta di Barcellona calcistico ma a quattro ruote, capace di mettere insieme il trio leggenda della Dakar. Peterhansel (appunto), Sainz e Despres, in tutto 20 trionfi alla Dakar per mettere un’ipoteca sulla vittoria prima di partire. Senza dimenticare un mezzo - la Mini John Cooper Works Buggy - che ha tutte le doti tecniche per sbaragliare la concorrenza, orfana - a metà - della Peugeot 3008 DKR.

Ed è lo stesso Peterhansel a fornire la prima chiave di lettura di questa sfida: «Non ho mai sperimentato uno spirito di squadra come quello che ho trovato qui al team X-raid di Mini - dice - Abbiamo guidato insieme per diversi anni e sempre condiviso la filosofia della lotta per la squadra, ed è anche vero che guidando contro il tempo nei rally, e non uno contro l’altro, è più facile lavorare insieme rispetto ad una gara in circuito. Eppure, una coesione, un’atmosfera come quella che ora trovo tutti i giorni non l’ho mai vissuta».

Cos’ha di così affascinante per lei la Dakar?

«Semplicemente è una gara pazza. Conosciamo il percorso, conosciamo la macchina, ma non sappiamo mai cosa succederà. Ecco perchè, dopo tutto questo tempo, l’obiettivo principale è finire la gara più difficile del mondo. Solo allora puoi pensare di vincerla».

Tre parole per descrivere la Mini JCW Buggy.

«Molto forte, una vettura con grandi prestazioni e un ottimo telaio. E se possibile vorrei aggiungere una quarta cosa: è molto divertente e soprattutto facile da guidare, cosa particolarmente importante sulle dune. Quando non conosci il tracciato, devi poter improvvisare alla guida. E questa macchina lo consente. Sono rimasto impressionato sin dal primo test dalle performance di cui è capace il nuovo motore. Poi è stato fatto un grande passo avanti con le sospensioni. Motore e sospensioni, quello che serve per vincere nel deserto, che dovrebbe favorire un Buggy come il nostro, a differenza di altri percorsi. Ma non ti puoi mai fidare perché il deserto sa essere anche imprevedibile».

Tutti vi danno per favoriti, cosa ne pensa?

«Sì, siamo una squadra decisamente molto forte, con piloti di grande esperienza e lo stesso si può dire del team X-raid. Le prestazione della macchina fanno il resto. È normale che ci diano per favoriti».

Come ci si sente a tagliare il traguardo per primi, sapere di aver vinto la corsa più dura del mondo?

«È una sensazione speciale. Personalmente l’ho vissuta già 13 volte e continuo a chiedermi come sia stato possibile riuscire a tanto. Puoi inciampare in una trappola in qualsiasi momento della gara. Con il mio co-pilota abbiamo dimostrato di avere un certo talento per questo rally. Ma è sempre un compito estremamente complicato...».

A 53 anni come si tiene in forma per un impegno fisico di questa portata?

«Passo molto tempo ad allenarmi in bicicletta, su strada e in montagna con la mia mountain bike. Ma anche running, camminate e sci di fondo. L’avrete capito, preferisco gli sport all’aria aperta, in generale».

Buon viaggio, Mr. Dakar.