Mentre a Goodwood si celebrava il fascino del Motorsport austeramente retrò che riabbraccia la gente, sabato 25 giugno a Imola, in chiave minimalista, confidando solo e tanto sulla spontaneità degli appassionati, Gian Carlo Minardi ha vissuto una delle giornate più belle della sua vita.

Tremila paganti, più almeno mille che erano lì in quanto sponsor, invitati, collaterali, amici di vecchia data o che altro, per un totale presumibile di quattromila persone. 

Ma quella di Imola per l’Historic Minardi Day non era mica una discoteca e i conti veri non si fanno coi blocchetti di biglietti staccati, ma soprattutto con le sensazioni provate e l’aria respirata.

Perché a entusiasmare la fiumana di race fan che ha invaso il paddock e stipato le tribune, c’era un patrimonio di decine di monoposto, Ferrari e Toro Rosso comprese, ma anche presenze a sorpresa quali Fondmetal e Tecno, viaggianti o semplicemente esposte. 

Un estratto fedele di tre decadi di storia rombante della Minardi e delle corse, dalla formula cadetta al ventennio d’oro in F.1, impreziosito dalla presenza del gruppone nobile di tanti combattenti e reduci in casco e tuta. 

Tanti piloti presenti già militanti nel team faentino, capitanati da quel Piero Martini che alla corte di patron Gian Carlo riuscì a percorrere più Gp di chiunque altro, nonché un giro in testa al Gp del Portogallo 1989 e a partire in prima fila a Phoenix 1990.

A festa finita, parlare con Gian Carlo Minardi era un tutto contemplare i suoi silenzi sbalorditi, punteggiati di qualche modesto e sincero «Non me lo sarei mai aspettato... Quasi non me lo spiego... Ad acclamare le mie Minardi c’erano quasi più giovani che vecchi...».

E allora una mezza spiegazione si può provare ad abbozzarla, al suo posto, visto che lui dice di non averla.

È vero, dal 1985 al 2005 mai una Minardi ha vinto un Gp o visitato il podio, eppure la squadra faentina in 345 gare iridate disputate ha incarnato un simbolo coraggioso e onesto, forte della sua pura sportività, improntata come sempre è stata all’apertura e alla proposizione di un lato il più possibile umano delle corse.

Tanto per cominciare, il coraggio. 

In piena era turbo, grazie alla passione e all’appoggio del compagno d’avventura, il compianto Piero Mancini, e alla voglia di non mollare dell’ingegnere Carlo Chiti, la Minardi ebbe l’ardire di farsi in casa il propulsore. L’unità Motori Moderni si rivelò poi fragile e sfortunata, eppure solo l’averci provato fu di per sé un inizio e un indizio minimalisticamente eroico, con Piero Martini presto seguito nell’abitacolo da Andrea De Cesaris e Alessandro Nannini, a dare il la a una sequela impressionante di piloti italiani lanciati o più semplicemente fatti arrivare in Formual Uno.

L’onestà, dicevamo. 

In Formula Uno Gian Carlo Minardi era uno che non piantava chiodi. Se prendeva un pilota, anche non eccezionale, non lo spremeva come un limone, lasciandolo a piedi alla prima scusa, pur d’intascare quattrini. No, cercava di costruire e costruisci qualcosa attorno. Fino in fondo.

Sabato scorso a Imola, se ha fatto piacere rivedere Trulli o Fisichella, che con Gian Carlo si sono lanciati, ancor più toccante è stata la presenza, dai più non rilevata, di personaggi quali Adrian Campos, Giovanni Lavaggi o Tarso Marques, che nella squadra faentina non hanno combinato cose ricordate con steli, eppure serbano dentro una gratitudine immensa per la grande opportunità che gli è stata data, peraltro molto dignitosamente contraccambiata corsa dopo corsa.

Quindi, la sportività. 

Minardi in venti anni di Formula Uno non ha mai ciurlato nel manico, muovendosi da lelaista e legalista, riuscendo a stabilire una convivenza a tratti delicata mai mai messa in dubbio, con un padrone del circo difficile e problematico quale Bernie Ecclesone, didivendo la scena in Italia con la Ferrari, forse l’impresa più perigliosa e meglio riuscita di tutte. 

Di più. Anche se realizzate con budget risicati, le sue monoposto - a differenza di tante altre, a volte dai nomi ben più altisonanti -, non sono mai state considerate bare viaggianti o fragili mantidi, anzi, il loro degno e appassionato lavoro lo hanno sempre fatto fino in fondo, dimostrando che tendenzialmente erano concepite anzitutto per essere serie, solide e durevoli.

Nondimeno, tra i valori c’è la paziente flessibilità di Gian Carlo. 

Sì, la pazienza di saper dividere la scena anche con compagni di viaggio a tratti stupendi e appassionati, altre volte meno. Il grande Piero Mancini per primo e poi negli anni il bravo Giuseppe Lucchini, piuttosto che - incidentalmente, per la verità - Flavio Briatore, piuttosto che lo stupendo Gabriele Rumi e il controverso australiano Paul Stoddart

Ecco, sapere e riuscir a navigare nei vent’anni più difficili e cangianti della Formula Uno, non è cosa da poco e Gian Carlo e i suoi ragazzi ci sono riusciti non perdendo mai l’orgoglio di sfoggiare lo stile Minardi, quel modo di correre e di vivere sempre aperto e sorridente, che sapeva allevare campioni come Alonso e Webber nell’abitacolo - ma anche aiutare in F.2 Elio De Angelis e Michele Alboreto -, facendo germogliare al muretto e al tavolo da disegno menti valide quali Gabriele Tredozi e Aldo Costa, per limitare l’indagine solo a esempi illuminanti.

Poi ci sono i traguardi raggiunti. 

Concreti, pratici, sostanziali, che solo chi è astigmaticamente accecato dal glamour finto di altre storie non riesce a percepire nella sua interezza grande.

La Minardi è stata la sola piccola squadra salvatasi dalla pulizia etnica delle prequalificazioni, spietatamente voluta da Ecclestone specie nel biennio 1989-1990.

La Minardi, sissignore, è stata la squadra che ha creduto più negli italiani.

La Minardi è stata la squadra che di fatto - quando la sua storia ne avrebbe giovato al punto da poter essere riscritta e godere di ben altri introiti e blasone -, non ha potuto ben fruire dell’allargamento della zona punti fino a premiare i primi dieci. Se la regola fosse stata cambiata assai prima, certe annate delle monoposto faentine avrebbero annotato piazzamenti caratterizzati da una luce ben più giusta e vivificante.

Infine, la Minardi è stata una piccola squadra che è andata vicinissima a vincere un Gran Premio, in Brasile 2003, quando il pilota d’allora, Jos Verstappen partì in una gara bagnatissima con benzina a cisterna e le gomme giuste, mentre dal muretto Tredozi scongiurava il suo pupillo di mantenersi calmo e aspettare che la gara gli andasse incontro, perché lo svolgersi dei fatti gli avrebbe dato gloriosamente ragione.

Poi così non andò, Jos sclerò, uscì e la storia Minardi conserva ora quel bocciolo mai dischiuso, piuttosto che una rosa bella aperta da tenere a memoria, ma la cosa non sposta d’un millimetro la bella favola. 

Minardi in F.1 è stato sinonimo di valori. 

Di rispetto per cose forti, di salvaguardia di un patrimonio non solo sportivo, condiviso da tanti, idealmente da tutti noi.

E i silenzi modesti di Gian Carlo che ancora oggi non riesce a spiegarsi perché tanta gente sia arrivata a Imola per rendergli omaggio, vanno colorati e campiti da questa bella realtà.

L’epopea sottotraccia della Minardi, se fosse un monumento del Motorsport, dovrebbe essere tutelata come patrimonio dell’umanità.

Appuntamento al prossimo Minardi Day, Gian Carlo, e se rivedi il solito fiume di gente felice che ti vuole parlare e stringere la mano, per favore non ti stupire mai più.