Ascolto e leggo da più parti un’interpretazione secondo cui la morte di Bianchi e la pesante causa intentata dalla di lui famiglia per accertare eventuali responsabilità, sarebbero le ragioni della paranoia di sicurezza che affligge la Formula 1 e, in definitiva, il vero motivo per cui i Gran Premi bagnati ormai partono prudenzialmente tutti sotto Safety-Car.

Mi spiace dirlo, ma le cose non stanno così. E non è questione di opinioni diverse, ma di fatti che posso tranquillamente dimostrare.

Già dal 2012 al 2014, nelle sole tre partenze bagnate avvenute - quando lo sfortunato Jules Bianchi era vivo e vegeto -, appunto due volte su tre ci si era avviati sotto Safety, col Gp d’Ungheria 2014 quale unica mosca bianca, con tanto di partenza bagnata senza neutralizzazione preventiva.

Andando a ritroso, dal 2007 al 2012 su 18 corse in cui la pioggia ha fatto per almeno qualche minuto la sua comparsa, ben sei-volte-sei si è preso il via sotto Safety.

Addirittura, al Fuji 2007 si è restati per quaranta minuti dietro la Safety, prima di dare la partenza e in Corea 2010, a via ovviamente neutralizzato, i giri sotto Safety sono stati ben 25 su 55, mentre a Montreal 2011, record dei record, oltre alla partenza in Safety sono stati 32 i giri complessivi percorsi dietro alla Mercedes gentilmente spedita in pista dal Race Control e dal direttore di corsa. 

Altro che nuovo trend causato dalla tragedia di Bianchi. 

Il vezzo di partire wet sotto Safety, curiosamente quest’anno festeggia addirittura le venti stagioni filate, essendo stato inaugurato nel Gp del Belgio 1997, replicato la prima volta sempre in Belgio nel 2000 e riproposto a Interlagos 2003, per poi diventare progressivamente la regola.

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Forte di calcoli, cifre e analisi, già nel 2012, quattro anni fa - quando il triste caso Bianchi ovviamente apparteneva a un futuro neanche ipotizzabile -, dedicavo una puntata della rubrica “Cuore da Corsa” al tramonto - ipocritamente mai annunciato in modo ufficiale ma decretato grazie a una prassi felpata e strisciante - degli epici e sacrosanti Gp avviati e corsi sotto la pioggia, scegliendo un titolo che non ha bisogno di ulteriori aggiunte: “Dimenticatevi le gare bagnate”.

Di più. È universalmente noto che il caso Bianchi niente ha a che vedere con una situazione di partenza bagnata. E se Bianchi fosse vivo e vegeto, sotto l’acqua non ci si avvierebbe più lo stesso senza Safety, perché tale scelta direzionale era chiarissima già da un bel pezzo. 

Vado oltre. Non esistono precedenti nella F.1 recente che colleghino il via libero dato sotto la pioggia a incidenti nei quali qualsiasi pilota abbia subito con rapporto di causa ed effetto lesioni fisiche gravi o rilevanti.

E, facendo i facili profeti, si evince chiaramente che il vero scopo è quello di mettere in discussione non solo e non tanto il via bagnato, già ampiamente combattuto e destrutturato, ma il concetto stesso di partenza a macchine ferme. Se potessero, farebbero avviare i Gran Premi con Safety anche sull'asciutto ricorrendo al più pacioso e comodo via lanciato. Previsione eccessiva? No, ragionevole proiezione e dovuto avvertimento agli appassionati. Come disse il merlo al tordo, sentirai la botta se non sei sordo.

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Nella sua folle spinta ultraventennale a diventare cervellotica, frigida, avida di quattrini quanto tirchia d’emozioni, complicata, astrusa - vedi regime di parco chiuso che iberna gli assetti -, agonisticamente moscia se non finta, nonché tendenzialmente codarda e renitente al rischio, la Formula 1 s’è tolta scientemente il pensiero d’avere tra le scatole il momento più teso, difficile, adrenalinico, epico e vero del suo narrato: il via bagnato.

Cari Signori del Circus iridato, lasciate in pace il ricordo di chi ha perso la vita per altri motivi, quindi e, quando trovate un momento di pausa in cui v’è andato a noia contar milioni, concedetevi la libertà di sentirvi in imbarazzo, pensando a come e quanto avete rovinato questa Formula 1.