Una delle cose più belle di questo campionato mondiale, comunque vada a finire, l’abbiamo gustata in Tv durante la diretta del Gran Premio d’Italia a Monza. Nel finale un eccitato tecnico McLaren al muretto via radio dice a un Alonso scoglionato e destinato a un misero 14esimo posto: «Se tieni un buon ritmo e con le nuove gomme possiamo andare a prendere la Haas di Grosjean (in quel momento avanti di tre posizioni)». E Nando a sorpresa se ne esce in mondovisione con un amaro, memorabile, disilluso e trionfante “Ahahahahah!”, che neanche una strafiga beffarda su Facebook a un corteggiatore maldestro.

Ecco, per una volta, questa, penso sia giusto riconoscere ad Alonso una caratteristica distintiva che lo rende piuttosto diverso dagli altri boys del Circus: non è finto. Non è di plastica. Di più. Non sa e non vuole starsene zitto. Ha un’anima. Pensa ciò che dice e poi neolatinamente dice ciò che pensa, assumendosene puntualmente la responsabilità. Se qualcosa gli sta sul gozzo, prima o poi la sputa fuori, costi quel che costi. E a forza di ingoiare a torto o a ragione rospi, è entrato ormai nella fase due della disillusione matura: quella del sarcasmo istantaneo, del motto di spirito che da solo vale un’intervista di quattro pagine a cuore aperto.

Intendiamoci, nella sua carriera Nando non ha mai rischiato di diventare santo o terziario francescano, tanto che in diretta è stato zitto-zitto e muto testimone solo due volte: durante la spy story McLaren e nel crash-gate Renault, quindi probabilmente non ha un bel ricordo dei suoi rari silenzi; anche se poi, come si dice, s’è dimostrato brillantemente collaborativo nelle indagini e estraneo al concepimento diretto dei disegni più antisportivi, perpetrati dall’altrui e malimpiegato ingegno. 

Fatto sta che in un mondo della Formula Uno improntato al bla bla dei piloti, al chiacchierare senza mai dire nulla davanti a selve di microfoni compiaciuti e compiacenti, all’abile dribblare qualsiasi situazione e qualsivoglia malessere, lo spagnolo continua gloriosamente a rappresentare un caso a sé.

Un personaggio sopra le righe, puntualmente polytically poco correct e incline a dire para-para la sua verità. Incazzato, incazzoso, diretto ma pure pronto a pagare il conto della sua sincerità.

Il suo è uno dei talenti più sopraffini visti all’opera nella Formula Uno degli ultimi 20 anni. È partito da zero, è cresciuto e ha vinto due mondiali, quando classe voleva che ne avrebbe potuti ghermire altri due senza rubare alcunché, correndo per la Ferrari.

In vita sua ha tenuto testa e messo pressione dall’interno a Renault, McLaren e Ferrari, non curandosi mai di starsene buono a fare il compitino. 

Dopo tre lustri in F.1 s’è tagliato molti ponti, tanto che resta uno dei migliori, ma tra i big è tuttavia il solo perfettamente consapevole che con ogni probabilità non vincerà mai più un Gran Premio in vita sua, fatti salvi strani scherzi del destino.

Però Alonso è uno dei pochi nella storia della F.1 moderna a dire “I did it my way”: ho fatto tutto a modo mio. Con assolo da leggenda tenorile e stecche mica piccole, mai mai e poi mai rassegnato a cantare in coro, in modo mediocre e perbenino.

Per questo quella risata a 300 all’ora vale oro. Quale ultimo grido di libertà di uno che ha saputo vivere, vincere e perdere in questa Formula Uno, nel bene e nel male restando se stesso.