Ciascuno estrapoli e goda di quel che vuole, ma per me il momento più bello del Gran Premio di Singapore resta incardinato, nella prima parte di gara, dalla resistenza pervicace di Daniil Kvyat agli attacchi furibondi di Max Verstappen

Fino a pochi minuti prima, il 22enne Daniil era unanimemente considerato pilota finito e uomo in cerca d’un mestiere più serio. 

Quasi tutti avevano dimenticato che dall’età di 16 anni a quella di 19 aveva vinto gare, non tutto ma di tutto, dalla F.Bmw alla F.Renault nelle varie declinazioni nazionali e internazionali, centrando titoli in F.Renault 2.0 Alps e in Gp3, prima di approdare neanche 20enne in F.1 con Toro Rosso, finendo tre volte a punti nelle prime quattro gare.

Il successivo approdo alla Red Bull 2015 lo aveva visto 7° nel mondiale con 95 punti, un 2° posto in Ungheria come miglior risultato e il gran vanto d’esser finito davanti al compagno Ricciardo. Roba che neanche Vettel nella stagione di commiato al team austriaco aveva fatto altrettanto. 

Intendiamoci, non che Kvyat incarnasse la sensazionale forza emergente del futuro, ma il suo duro e sporco lavoro l’aveva pur sempre fatto puntualmente, bene e fino in fondo.

Poi, un brutto giorno, l’astro bello di Max Verstappen s’è messo a splendere e le logiche spietatamente paracalviniste dei poteri forti Red Bull, vedi Helmut Marko, hanno cominciato a guardare Daniil Kvyat come un impiccio, un problema da risolvere, uno da far sloggiare facendo poco rumore e tanto spazio all’olandese volante.

Giusto o sbagliato che sia, il mondo va così. 

Anche in F.1 la flessibilità intelligente è diventata emergenza e così Daniil Kvyat, ufficialmente causa un weekend sbagliato a Sochi, quindi in Russia, a casa sua - quando è finito due volte in pochi metri nel sedere di Vettel -, è stato costretto a sloggiare dalla Red Bull e a tornare con i ragazzi di Toro Rosso, per fare posto a Max Verstappen, subito vincente in Spagna con esiti apparentemente letali per la psicologia e l’autostima di Kvyat medesimo.

Un ragazzo che alla vigilia maledetta di Sochi era pur sempre stato il solo capace di portare a podio la Red Bull 2016

Ecco, in questa storia - bella o malinconica, a secondo della finestra da cui la si guarda -, non esistono buoni o cattivi, ma una variegata galleria di personaggi, ciascuno dei quali fa la sua strada e cerca di curare nel miglior modo possibile gli interessi, seguendo le logiche e le dinamiche usa & getta del sistema F.1, care non solo alla Red Bull.

Alla fine Daniil non ha nemici, ma si ritrova improvvisamente a essere esubero esodato, eiettato per un pezzo di stagione finale alla Toro Rosso e poi, chissà, prevedibilmente nel dimenticatoio. 

Il giovane russo col morale distrutto fa due punti in dieci gare, mentre il nuovo compagno Carlito Sainz ne ramazza 26. Fine dei giochi?

No, perché arriva Singapore. 

In quella strana notte magica, Daniil vede negli specchietti profilarsi la sagoma della sua ex Red Bull alla quale se ne sta avvinghiato il neo fidanzato Max Verstappen, reduce da una partenza disgraziata, e il quadro diventa perfettamente chiaro e invitante. 

Nella gara più notturna di tutte, s’accende una luce in più a brillare in fondo al tunnel mentale nel quale da mesi si dibatte Kvyat. 

E improvvisamente la lotta furibonda di resistenza tra due ragazzi diventa qualcos’altro

La dilatata prova d’orgoglio di chi non ci sta a restare vinto, il grido di reazione dell’animale ferito che per guarire deve far capire alla foresta d’essere ancora vivo. Il gesto inatteso, agonistico quanto esistenziale, improbabile, difficile e solo per questo eroico, di un uomo condannato anzitempo, con poche prove e apparentemente senza appello, dal Sistema. 

Questa è l’essenza di quei giri entusiasmanti in cui Max Verstappen è costretto a restare dietro un Daniil Kvyat che si difende financo meglio di come Verstappen sa difendersi, condannandolo a restare dietro e, comunque vada, distruggendogli la gara.

Poco importa che il team radio di Toro Rosso inciti democristianamente Daniil a non perdere tempo con Max, per concentrarsi nella vera sfida con Alonso. Il russo aveva un mirino all’indietro che guardava Max e solo Max. Poteva e doveva umiliarlo, costringerlo al cambio gomme arreso, perché in palio ormai non c’era una posizione in più o in meno, ma l’autostima perduta. La sopravvivenza stessa della sua dignità di pilota.

Daniil Kvyat ce l’ha fatta. Poi è giunto nono, ramazzando pure due punti, tanto quanto il bottino delle disgraziate dieci gare precedenti. Ma in realtà ha fatto molto di più, riconquistando non solo l’approvazione del paddock, ma soprattutto se stesso.

Due anni fa, durante un viaggio in macchina nell’hinterland milanese, Carlito Sainz mi confessò: «Guarda che Kvyat pare un taciturno poco decifrabile, ma io lo conosco bene ed è diverso da come sembra. Ha orgoglio, carattere e forza mentale. Tanta. Daniil è uno di quelli che ha più palle di tanti altri».

Dopo Singapore, gli attributi di Kvyat, ricchi in consistenza e diametro, sono notizia ufficializzata e condivisa. E la cosa meravigliosa è che Daniil le palle le ha tirate fuori segnando, per una volta, finalmente e vivaddio, la rivincita dell’Uomo sul Sistema.