Il 30 settembre 2011 la scuderia MercedesGp annuncia l’arrivo di Aldo Costa nel ruolo di Direttore dell’Engineering e responsabile della Progettazione e Sviluppo. Lo stesso anno il tecnico italiano era stato licenziato dalla Ferrari, nella quale aveva mantenuto l’incarico di direttore tecnico fino al giorno 24 maggio. 

Ma torniamo a Aldo Costa uomo Mercedes. 

Domenica 9 ottobre 2016, quindi ieri l’altro: la Casa tedesca con la vittoria di Rosberg e il terzo posto di Hamilton ha festeggiato il terzo titolo mondiale consecutivo Costruttori, al quale ben presto si aggiungerà il terzo mondiale di fila per Piloti, Rosberg o Hamilton ai fini del computo complessivo non fa alcuna differenza, perché nell’era Hybrid, o se preferite, nell’epoca di Aldo Costa in plancia di comando, le Frecce d’Argento, alias le sue W05,W06 e W07, si sono aggiudicate sei mondiali uno dietro l’altro. Stupefacente. Una gran bella soddisfazione per chi crede negli ingegni italiani, a partire dal grande Gian Carlo Minardi che a Costa dette fiducia in tempi non sospetti, facendolo crescere all'interno del suo team e preparandolo al meritato ingresso in Ferrari. 

La Ferrari, invece, quest’anno non ha vinto neppure una gara e il mondiale non lo vede dal 2007, quando Raikkonen portò al successo una monoposto il cui responsabile dell’autotelaio era Aldo Costa medesimo.

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Ecco, sono cose che fanno pensare, queste, in una Formula Uno nella quale la competitività della monoposto è sempre più frutto della genialità dell’equipe tecnica che la partorisce, mentre per il pilota portarla alla vittoria è ormai soltanto sintomo di ulteriore esecutività di una competitività che nasce e s’afferma ben prima, nella fase del concepimento di telaio e power unit.

Paradossalmente, trovare un campione che ti fa vincere non è un problema, perché di vincenti sul mercato ce ne sono e non si può certo dire che uno valga l’altro, anche se con una monoposto davvero al top l’onesto mestierante può far vedere sorci verdi al talento naturale, ecco.

Il difficile, la vera quadratura del cerchio, chiamiamola la pietra filosofale della F.1 dell’era moderna, è avere o portarsi in casa il tecnico giusto

Perché di intelligenti ne girano diversi ma di geni veri capaci di fare la differenza sterzando a loro favore la faccenda sul mercato ce ne sono pochi e dire due già è tanto.

Passano gli anni, la realtà inizia a farsi leggere nella sua spietata nudità e della triade Red Bull che portò quattro annate iridate complete di altrettanti mondiali Piloti e Costruttori, dal 2010 al 2013, analizzando i tre fattori vincenti ora è possibile arrivare a conclusioni piuttosto interessanti. La Renault è poi entrata in crisi affrontando male l’era ibrida salvo riprendersi, Vettel si è molto ridimensionato, prendendole prima in casa da Ricciardo e in seguito perfino sul giro secco in casa Ferrari dal sempre meno agguerrito Kimi Raikkonen, il che è tutto dire.

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No, il solo dei tre che a dispetto di tutto e tutti ha continuato a pensare monoposto potenzialmente vincenti è Adrian Newey, il progettista più blasonato e pluripremiato della F.1 moderna, al top sia in Williams che in McLaren, prima ancora di sublimarsi, libero e creativo come non mai, alla Red Bull.

Perché per iniziare un nuovo ciclo vincente ci vogliono nomi e idee, sul versante tecnico. 

E il più bravo ferrarista che c’era a disposizione negli ultimi dieci anni, la Rossa l’ha messo alla porta un quinquennio fa e da allora a Maranello non è mai più stata primavera.

Per questo bene ha fatto, anzi, benissimo, Arrivabene di recente a mettere in chiaro che al momento la conferma di Vettel non è una priorità, perché in questa F.1 uno che porta al successo la Rossa si trova ma, occhio: a patto di costruirne una finalmente in grado di vincere dei Gran Premi.

Peccato solo che quando c’era e si chiamava Aldo Costa gli fu assegnato il ruolo di parafulmine, facendolo andar via e mettendolo nelle condizioni di progettare monoposto che da tre anni regalano mitragliate di titoli mondiali, ma ad altri.