No, ma dico, siamo sicuri che il 2017 sarà davvero un anno stupendo per la F.1? Via, parliamone. In quanto odo e leggo qua e là un ottimismo spesso bello giulivo nonché sinceramente fuori dalla norma e vorrei tanto condividerne i perché, ma non riesco proprio.

Tanto per cominciare, sarà l’anno delle monoposto che cambiano. Ala anteriore, fiancate, bargeboard, dai, tutto un po’ più ciccio, nonché gomme del 25% più grandi. Roba che tutti quanti ripartiranno da zero, dal foglio bianco. 

Embé? 

Tempo due o tre gare e i team si copieranno l’un altro, uniformandosi e appiattendosi sulle soluzioni più efficaci, peraltro di pochissimo diverse rispetto a quelle meno valide. Faccende semi-invisibili di pura sintonia fine, insomma.

Poi si dice - con ragionevolezza - che stavolta le vetture diventeranno di quattro o cinque secondi al giro più veloci, sancendo un’entusiasmante impennata di prestazioni, soprattutto con aumentate velocità di percorrenza in curva.

Embé?

La Formula Hybrid è una formula di motore, non di telai e aerodinamica. Se, per regolamento tecnico, tutti ma proprio tutti andranno quattro-cinque secondi più veloci, la scala dei valori e dei divari tra team rimarrà inalterata e tutto resterà esattamente com’è.

Tanto per capirci, se io e Usain Bolt ci sfidiamo così come siamo e poi cambiamo le carte in tavola calzando doposci e con dieci chili sulle spalle, tutte e due le volte Usain Bolt mi darà una giornata di distacco. Punto.

Quindi non è questo il modo giusto per sovvertire la scala di valori o, nello specifico, di rompere le uova nel paniere alla Mercedes. Ciò unito al fatto che non sarebbe neanche giusto mutare le regole solo per dar fastidio al migliore, come purtroppo in passato è già accaduto.

Con un aspetto assurdo in più, per la verità. Cioè questo: che senso ha andare quattro-cinque secondi al giro più veloci su una media di tracciati lenti e stile kartodromi, come quelli attuali, fatti salvi Spa, Suzuka e Monza? Anche perché in posti stile Singapore, Hungaroring, Austin, Sochi, Baku, Hockenheim, Spielberg, Mexico City, Abu Dhabi e compagnia cantante, che motivo c’è di andare a correre con la velocità di Boeing?

Piuttosto, paradossalmente, sarebbe stato molto più stuzzicante, probante, selettivo e rivoluzionario l’esatto contrario: ossia viaggiare teoricamente perfino più lenti di oggi, ma su piste dalle percorrenze medie decisamente più veloci. Tracciati che però, a oggi, quasi non esistono più, fatte salve Spa, Suzuka e Monza. Eh, sì, peccato. 

E non finisce qui. Il ritorno al Paul Ricard, nel 2018, avverrà evitando accuratamente di fare Signes in pieno. Di questo passo, a forza di evitare curvoni da pelo, per i piloti diverrà obbligatoria la ceretta.

Certo, direte, non finisce qui, visto che sono stati aboliti financo i famigerati gettoni che misuravano, calmierandolo, lo sviluppo tecnico dei motori.

Embé?

A ben guardare i nuovi rimedi fanno rimpiangere amaramente i vecchi mali, perché la Fia avocherà a sé la facoltà di sovraintendere alla cosiddetta convergenza prestazionale. 

Ecco, che cosa vuol dire, ’sta minacciosissima definizione? 

Semplice: in poche parole, se una power unit è superiore rispetto alle altre con una competitività quantificabile in oltre tre decimi al giro, in teoria sarebbe possibile intervenire ristabilendo artificiosamente l’equilibrio, applicando ad handicap una variante formulaunesca del famigerato Balance of Performance, altrove già tristemente o gioiosamente noto. 

In ogni caso, una formula nata per omogeneizzare vetture di filosofia costruttiva diversa, tipoche del Turismo o del GT, niente a che vedere con le F.1 che per definizione nascono già tutte con gli stessi identici cromosomi.

In poche parole, se io e Bolt ci risfidiamo e a lui metti un sacco di 60 chili sulle spalle più una pentola in testa, poi sui cento metri piani andiamo quasi uguale, ma di scoprire come va a finire potrebbe non fregare più niente a nessuno. 

Per questo spero e prego tutti i giorni che la pestilenziale idea della convergenza prestazionale resti per sempre lettera morta in F.1.

Infine, un aspetto di puro mercato. 

Se la Mercedes - ossia il team seriamente candidato a restare al top della Formula Hybrid quali che siano i nuovi regolamenti - ha preso davvero Bottas al fianco di Hamilton, quindi uno molto bravo ma non stellare, ci sono tutte le premesse per assistere a un’annata agonistica che mi appare emozionante e incerta né più né meno di una coda interminabile all’ufficio postale avendo a ridosso uno con l’alito da ’briaco.

Ecco, sinceramente, questa più che una previsione prendetela come una serie di mie paure globali, però ahimé poggianti su ragionamenti saldamente ancorati a basi logiche piuttosto solide, nell’auspicio che una fantasmagorica rimonta tecnologica della Ferrari possa totalmente, meravigliosalmente e sorprendentemente demolirle d’amblé. 

In altre parole - come disse Dylan Dog sulle possibilità di uno sbarco extraterrestre -, io sul 2017, sulla nuova F.1 e sulla Ferrari che verrà svelata a fine febbraio, scaramanticamente non ci credo affatto, però in fondo ci spero.

Buone feste a tutti.