Nessun vincitore di Gran Premio nei 106 anni di storia della Indy 500 ha fatto meglio di Alonso, al debutto in qualifica. E solo il divino Jim Clark, nel lontano 1963, a bordo della Lotus di Chapman, era stato capace di piazzarsi come Nando domenica scorsa, quinto in griglia alla Indy 500 del battesimo del fuoco.

In fondo c’è solo una cosa che accomuna un campione deluso a un rapitore spietato: la voglia di riscatto. E domenica pomeriggio a Indianapolis, quando in Italia era quasi mezzanotte, Fernando Alonso Díaz s’è riscattato
Dimostrando all’establishment delle corse Usa e al mondo intero del Motorsport una volta di più classe grandiosa, spina dorsale al titanio, sangue freddo e immenso coraggio, scrivendo una pagina indelebile di storia dell’automobilismo.

Sì, Nando domenica prossima scatterà quinto in griglia di partenza. Dopo quattro giri di qualificazione in cui è andato all’attacco, ha spinto senza risparmiare nulla, unico rookie dell’edizione in corso a essersi guadagnato sul campo il diritto a sfrecciare nell’elite dei fast 9, l’equivalente alla Q3 della F.1.

Fino a 19 giorni fa lo spagnolo degli ovali sapeva solo che era bene non girare a destra. Ora, dopo un’intensissima metà maggio di full immersion sul catino di Indy, è in grado di galleggiare sereno all’interno della top five del pianeta, nell’infernale sistema del quadrigiro medio. 

Laddove la differenza tra prodezza e disastro è nei millimetri che regala la sorte, come dimostrato da Hildebrand, il quale in qualifica ha sfiorato il muro lasciando una sinistra virgola nera in campo bianco, ma uscendone indenne d’un soffio. 

Cosa che non era successa il giorno prima all’ultraveloce Seb Bourdais, a muro a oltre 370 km all’ora alla curva 2, con tanto di ribaltamento e apparente polverizzazione della sua Dallara, ma sostanziale resistenza della cellula di sicurezza, che gli ha risparmiato la pelle. Facendolo uscire malconcio con fratture a un’anca e al bacino, tuttavia vivo. Salvo. Pronto a ricordare a tutti noi, Fernando compreso, che a Indy più che altrove un pilota rischia in un pugno d’ore di cambiare la sua vita ma anche di rovinarsela.

Lui, invece, più semplicemente, ha ridato lustro alla carriera - ammosciata dal flop Honda sulle Mclaren della F.1 turboibrida - appunto eguagliando Clark e entrando nella storia già a fine qualificazioni. In fondo, tra i grandi della F.1 a Indy, Nelson Piquet cominciò sbriciolandosi le gambe, nel 1992, Graham Hill nel 1963 subì l’umiliazione della mancata qualificazione, così come era successo al grande Achille Varzi nel 1946 e al primo iridato della F.1 Nino Farina, addirittura due volte nel 1956-1957 e Pedro Rodriguez nel 1963, nonché a Johnny Herberth nel 2002. Juan-Manuel Fangio e Tazio Nuvolari fiutata l’aria ritirarono l’iscrizione, tali e quali a Bruce McLaren nel 1968: ovviamente Nuvolari e Varzi erano vincitori di Gp ma mai piloti della F.1 vera e propria, che iniziò la sua parabola dopo la fine delle loro carriere al top. Stewart nel 1966 fu 11°, Ascari nel 1952 fu 19°, nel 1967 i rookie Rindt 32° e Hulme 24°, nel 1961 Jack Brabham fu 13°, nel 1977 Clay Regazzoni 29°, nel 1984 Emerson Fittipaldi si battezzò anonimo 23° in griglia, nel 1996 Alboreto era 12°. Quanto a Montoya e Villeneuve, non sono compresi nella statistica, perché hanno debuttato a Indy prima di esordire in F.1. Quindi non possono essere considerati affermati campioni di F.1 al primo hurrà nell’evento re dell’Indycar, ma viceversa. Per completare l’analisi, Alesi nel 2012 scattò 33° e ultimo mentre Barrichello in qualifica andò bene piazzandosi ottimo 10°. Inoltre nell’era quasi contemporanea lode e merito vanno a Nigel Mansell per il debutto da ottavo in griglia di partenza nell’edizione 1993, quando in gara fu gran terzo, sfiorando il clamoroso successo.

E se Alonso eguagliando il piazzamento di Clark in prova è stato il più bravo di tutti - fatto salvo Jim -, ora davanti a sé l’asturiano ha i modelli dello scozzese, che in gara fu gran secondo e soprattutto di Graham Hill, il quale debuttò al secondo tentativo nel 1966, riuscendo clamorosamente a vincere la classicissima dell’Indiana da rookie.

Ecco, a proposito. Adesso ciò che Nando potrà combinare domenica 28 maggio nella 500 Miglia è uno dei motivi che rendono il prossimo weekend forse il più emozionante e intenso nella storia recente dell’automobilismo, con Monaco F.1 e Indy mai così al calor bianco e dall’esito indecifrabile.

Una cosa però fin da ora è chiarissima. Fernando Alonso Diàz sullo speedway più affascinante e terribile del mondo ha una corsa ancora da disputare, ma la sfida alla Indy 500 l’ha già vinta. Comunque vada, vaya con Dios, campeòn.