A quasi 36 anni Matador a ogni Gp perde, quasi fossero scaglie di serpente, pezzetti dell’antipatia che s’era creato alimentando attorno a se la più o meno giustificata nomea di pilota iperindividualista, sportivamente cannibale e tutt’altro che vivibile all’interno d’un top team.  

L’Alonso che ormai sta dalla parte sbagliata dei trent’anni resta manico dalle capacità di guida grandiose, dal carattere fortissimo, dalle palle al titanio e in più dotato d’una caratteristica che gli cresce dentro a ogni chilometro, in questo 2017: il simpatico paraculismo. Il piacere di piacere, che, per ora, resta la sua unica consolazione dai casini Honda.  

Piacere nei team radio, nel maggio fatato di Indy e perfino in Canada. Con la solita perla radio - «I was like a sitting duck - sono stato passato che sembravo una papera seduta», l’impresa in pista - 43 giri con un set di gomme - fisso in zona punti fino a che il motore lo pianta, in un finale più scontato di un cartone di Barbapapà.  

Ma lui il meglio lo deve ancora dare, perché proprio a Montreal eccotelo scender di macchina e andare a abbracciare la folla in tribuna, regalando cimeli e autografi manco fosse candidato alle presidenziali Usa. Meraviglioso paraculo, sì sì. Ma, dovendo scegliere, più meraviglioso che paraculo. 

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E questo sarebbe niente, rispetto allo stupendo messaggio socio-mediatico che lo spagnolo ha dato, col suo apparentemente malinconico ritiro che in una manciata di secondi s’è trasformato nel più entusiasta e entusiasmante contatto tra un apparentemente intoccabile mito del Circus e gli appassionati puri e semplici. 

A mettere un ulteriore chiodo sulla bara della Formula Uno blindata, nascosta, cicisbea, sprezzante e che se la tira, tanto cara a chi di essa le fila tirò fino a poco fa. Gestendo lucrativamente e senza spazio alcuno per il cuore tutta la categoria come fosse una specie di spogliarellista glaciale che alla fin fine era pronta a mostrare cosce e tette solo a chi sborsava migliaia di euro a weekend per il paddock club. 

No, il gesto di Fernando non è casuale o fatto purchessia, ma, al di là delle motivazioni personali, cade nella pienezza dei tempi e ha radici profonde e simboliche, rappresentando, comunque lo si voglia leggere, un gran segno di rispetto di un campione non solo nei confronti dei suoi fans, ma verso il pubblico tutto. 

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Il pubblico del Motorsport. La gente più serena, tranquilla, tollerante e carina che esiste sul Pianeta Terra, alla voce Tifosi. 

E non è stato grande solo Alonso, che ha tirato i guanti nel mucchio, ma anche chi l’ha abbracciato serenamente, glorificandolo. Perché ha partecipato al flash mob della passione in modo composto, sorridente e caldo. 

Dimostrando che chi predicava come unica via gestibile la presenza di security, tornelli, pannelli e barriere da lager per preservare la F.1 dal presunto assalto selvaggio, orrido e scomposto della temutissima gente qualsiasi, era semplicemente e malinconicamente in cattiva fede. 

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Pure nei Gran Premi è possibile un mondo migliore. In cui i grandi a volte sentono l’esigenza, utilitaristica o meno, di contraccambiare l’abbraccio di chi, giorno per giorno, sognandoli li ama. È anche e soprattutto questo il senso dello Sport ad alto livello. E il bel gesto di Montreal vale e significa molto più di quanto possa sembrare.

Grazie, Fernando, per avercelo così carinamente ricordato.

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