Stavolta Sebastian Vettel non ha soffiato per spegnere le candeline sulla torta, ma di sollievo per averla passata liscia con Jean Todt. Perché il Presidente della Fia a Parigi si è accontentato delle sue sentite scuse, unite al proposito di non tirare più tramvate a chi lo provoca in pista, archiviando la questione Baku. 

Pace fatta tra Vettel e Todt

E meno male, perché, se solo Todt avesse voluto, il mondiale avrebbe potuto prendere una piega terrificante e mefitica. Per esempio col deferimento del pilota al tribunale Fia e la conseguente apertura di un procedimento non meno lungo di un mese e mezzo, prima di arrivare a sentenza.

In poche parole, ci saremmo trovati con campionato sub judice per gran parte dell’estate. 

Praticamente, un disorientante inferno.

Per questo bisogna dire e dare un bel grazie a Jean Todt. Perché al di là di Vettel ha salvato la godibilità dell’intero mondiale. Visto che, senza entrare nel merito della decisione, certe volte una scelta secca e tempestiva è il più bel sinonimo di giustizia che si conosca.

Quanto a Vettel, il trentesimo compleanno, anche se vissuto e goduto davvero solo il giorno dopo, è l’occasione giusta per tracciare il bilancio esistenziale di una carriera fantastica, che tuttavia presenta nodi ancora da sciogliere e enigmi irrisolti.

Certo, con 4 titoli mondiali vinti e 45 Gp in tasca, è il trentenne più trionfale e vincente di tutti i tempi. Alla sua età Schumi aveva vinto la metà di Seb, il cui viatico rassomiglia terribilmente a quello accumulato in una carriera intera dal sempre sfolgorante Alain Prost, il quale la piantò lì mentre vedeva quasi prossimo il traguardo dei quarant’anni.

Seb Vettel al primo contatto con la F.1 su un palcoscenico ufficiale, a Istanbul 2006, manda tutti in visibilio schizzando in P1 il venerdì pomeriggio, beccandosi financo il raro ma convinto applauso di Sua Maestà Michael Schumacher. E nello stesso tempo passando alla storia quale multato più giovane della F.1, con un verbale di 1000 dollari per aver oltrepassato la velocità massima nella pit-lane.

Ecco, sono passati undici anni, ora la bacheca gronda di trofei ma pregi e difettucci restano gli stessi. 

Vettel: "Ho reagito in modo eccessivo. Mi scuso con Lewis"

Una classe immensa al volante, famelica consistente e efficace, fonte di traguardi e mai di rimpianti. In fondo tra tutti i top driver della sua epoca Vettel è il solo a non aver mai perso un mondiale di un soffio. Negli ultimi round è imbattuto. Se arriva a giocarsela al gong finale, poi vince. Da sempre. Tutto ciò è fantastico e, allo stesso tempo - chiedere a Alonso e Webber -, incute inquietudine agli avversari.

Però paradossalmente Seb rivela ancora altre e più o meno nascoste debolezze. 

Un nervosismo di fondo, una postura uterina e umorale che paradossalmente non teme le ciclopiche sfide ma prorompe improvvisa di fronte a piccoli inciampi. Magari un moscio rivale che si frappone casualmente in qualifica, ovvero un doppiaggio rivelatosi più difficoltoso del previsto, quasi puntualmente provocano in lui reazioni stizzite, trafelate, furibonde, spettacolari, temperamentali, inferocite e, mediamente, del tutto sproporzionate.

Dito medio in canna, sfanculata d’ordinanza, appelli a Charlie o vai a quel paese, Charlie, quando a Vettel parte la bolla, tutto diventa possibile. 

Ecco, questo non va bene.

In fondo, la matta bottarella inflitta al furbo Hamilton a Baku - perfido e legalmente paraculo come uno Jago elasticizzato a ballonzolargli davanti a 49 all’ora, rientra in una casistica istintuale personale ampia quanto ormai certificata, frutto di una maturità caratteriale ancora in fase di sofferto perfezionamento.

E poi ci sono i due strani enigmi agonistici. 

Quella stagione 2014 di commiato alla Red Bull, nella quale il giovane compagno di squadra Daniel Ricciardo lo svernicia, col secco 3-0 quanto a vittorie e non solo. Con l’attenuante che la squadra tifava e tirava per l’australiano, volendo solo macchiare l’abitino della cresima di Seb, il ruolino da imbattuto nei confronti diretti, anche perché in F.1 simpatia, gratitudine e galantomismo esistono solo a chicchiere.

Poi c’è quella seconda metà di stagione 2016 alla Ferrari, quando, improvvisamente, al volante di una monoposto che più sbagliata non poteva essere, a sorpresa Kimi Raikkonen si mette a andare più veloce di Vettel e spesso e volentieri a risultare più efficace pure in gara.

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A voler trovare a tutti i costi un minimo comune denominatore tra i momenti grigi in Red Bull e alla Rossa, si potrebbe sostenere quasi con certezza la tesi che Vettel tenda a soffrire oltremodo situazioni negative, mentre, al contrario, è in grado di diventare meravigliosamente demoniaco e sostanzialmente imbattibile quando la vettura e il gruppo sociostrutturato che la esprime danno il massimo, schierandosi incondizionatamente dalla sua parte.

In estrema sintesi, tutto ciò porta a dire che anche Sebastian Vettel, come del resto tutti noi, al di là delle capacità innate o sviluppate e delle attitudini manifeste, ha di fronte a sé un cammino interiore ancora lungo e fondante, fatto di sfide e traguardi esistenzialmente importanti.

E passata la kermesse di Baku, un giorno dopo Parigi e a poche ore dall’aver compiuto 30 anni, finalmente può ricominciare il viaggio intimista con un importante consapevolezza: il rivale più pericoloso e spietato, da calmare e disinnescare, non è mica Lewis Hamilton o Jean Todt. No, l’avversario fantasma, quello dal quale ha più da temere, è biondo, tedesco, ferrarista e si chiama proprio Sebastian Vettel.

È a lui e solo a lui, alla sua metà oscura, che Seb, da oggi in poi, forte dei suoi trent’anni, deve rifilare bottarelle, insulti e dito medio.

Con la ritrovata serenità del giorno dopo, buon compleanno e buon lavoro con te stesso, Sebastian Vettel.