Il finale rocambolesco del Gp d’Ungheria per una volta mette sotto i riflettori le dinamiche decisionali in casa Mercedes. Con un team che, apparentemente, pur di mantenere la parola data, quasi ferma capitan Hamilton facendolo ripassare da Bottas e siringandolo di tre preziosissimi punti iridati.

Mossa agghiaciantemente pericolosissima perché di questo passo la sfida con Vettel potrebbe finire al fotofinish all’ultimo tuffo della stagione e anche una goccia di sudore di più sulla fronte di Lewis assumerebbe lo spessore decisivo. 

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Figuriamoci tre punti in meno.

E allora? Che cosa succede all’interno del razionalissimo, perfettissimo e tedeschissimo team Mercedes F.1 gestito da due austriaci, il direttore esecutivo (e azionista al 30%) Toto Wolff e il presidente non esecutivo Niki Lauda, azionista al 10%, entrambi incardinati alla Mercedes fino a tutto il 2020? 

Abbacinati dal miraggio di correre in base a valori, princìpi e team spirit, son forse diventati tutto d’un colpo mezzi matti o autolesionisti per una crisi acuta di autointerismo - nel senso di Internazionale football club - alla Tafazzi, oppure magari dentro le loro teste - sempre ammesso che la pensino allo stesso modo, cosa di cui è lecito dubitare -, stanno vedendo e girando tutt’un altro film, dall’epilogo incerto?

Perché, ammettiamolo, costringere via radio Hamilton a percorrere l’ultimo giro nove secondi più lento del suo logico passo, pur di ridare la posizione come da accordi all’ormai staccatissimo Bottas - con Verstappen che pressa a appena mezzo secondo -, sarà pure un gesto carino verso Bottas, ma rappresenta anche una delle mosse tatticamente più assurde, dannose, rischiose e sterili nella storia della massima formula moderna e antica, toh, comprese le corse delle bighe, con Ben Hur in griglia.

E allora? 

Quale può essere l’unico senso logico di tutto ciò? Quale filo logico può legare coerentemente i fatti di casa Mercedes, nel convulso e stranissimo finale dell’Hungaroring?

Tolto di mezzo l’impazzimento idealista di cui sopra, ciò che resta è semplice e neanche folle teoria. Al contrario della Ferrari che da Montecarlo è decisissima a giocare con una sola punta, Mercedes appare incline ancora a schierarne di fatto due.

In fondo mancano ancora nove-gare-nove alla fine del mondiale e il distacco tra Bottas e Hamilton è di soli 19 punti

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Basta un fine settimana strano - non ne sono mica mancati e altri ve ne saranno - e i due vanno pari. E praticamente pari sarebbero, se Bottas non avesse ingiustamente subito una rottura meccanica in Spagna, quand’invece Lewis trionfava felice.

Tutto ciò per dire che a questo punto Bottas di fatto è più che confermato in casa Mercedes e gode di fiducia e tutela massima perfino nel campionato in corso. 

Non solo perché è e resta il pilota di Wolff - come Alonso lo era di Briatore ai tempi della sua militanza in Renault, pur con  potere, blasone, peso politico e prestigio del pilota di ben diversa entità -. 

No, c’è dell’altro. 

Lo stupendo campionato che sta disputando il finlandese in realtà è una prova potentissima che la Mercedes, questa Mercedes, può andare vicina a vincere il mondiale indipendentemente dal pilota che la conduce in gara. 

Che si chiami Nico, Lewis o Valtteri, biondo, ossigenato o moro, alla fine poco cambia: pur sempre una Freccia d’Argento rischia di portare a casa la coppa.

Continuo a ribadire ciò che avevo scritto a fine stagione: attenti a Bottas.

Ricordate? In qualifica il confronto doveva finire 20-0 per Lewis, in gara Valtteri avrebbe dovuto vincere solo per disgrazie altrui, invece a oggi le cose si presentano in un modo straordinariamente diverso. 

Cioè questo: tutte le volte in cui Hamilton non è stato in pole, in Q3 ha perso il confronto diretto con Valtteri. 

Quindi è vero che in termini di partenza al palo l’inglese è in vantaggio per 6-2, ma nel confronto diretto paradossalmente è davanti di un nulla: 6-5. Incredibile e inimmaginabile a inizio mondiale.

E le due volte che il finlandese in gara ha vinto, a Sochi e Zeltweg, l’ha fatto meritatamente, battendo il compagno di squadra sul campo, nelle sue giornate più mosce, anche se in Austria Lewis a dire il vero era stato oggetto di sfiancante penalty per sostituzione anticipata del cambio.

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Per cui lo scenario di questo mondiale dopo il Gp d’Ungheria non vede solo Vettel più leader con +14 su Hamilton, ma, attenzione, anche un Lewis che continua a perdere punti da Bottas in questa seconda parte di campionato, da Monaco a oggi.

Occhio, nelle ultime sei gare Bottas resta il più in palla, avendo assommato 106 punti, Hamilton solo 90 e Vettel 98.

E ecco che la mossa di non tarpargli le ali nel finale del Gp magiaro improvvisamente acquista una sua logica, ben al di là dei pugni sul tavolo battuti da Wolff.

Valtteri, il pilota di cui personalmente cura gli interessi in veste di manager, è ancora a tutti gli effetti in corsa per l’iride, a 33 punti da Vettel e a soli 19 da Hamilton.

E questo più che un duello, a oggi, il campionato è ancora un dilemma a tre possibili soluzioni.

Con la Ferrari che gioca bella sicura una punta, ma con la Mercedes che di fatto all’Hungaroring ha ribadito di schierarne a tutti gli effetti due.

In un campionato che di questo passo rischia di trasformarsi sempre più, confermando i trend in atto, da duello a triello.

Sfida ancora apertissima nella quale, come diceva quel saggio cinese, acca’ nisciuno è fesso.