Domenica prossima si corre il Gp d’Italia e il più grave errore che potrebbe compiere un vero appassionato sarebbe quello di ritenere la cosa normale e perfettamente scontata. Perché non c’è pista al mondo che ha sofferto e soffre di più per garantire la sua - peraltro applaudita, gloriosa e meritatissima - sopravvivenza. Storicamente e curiosamente è uno dei primi circuiti permanenti nel mirino per problemi di sicurezza, col culmine della polemica nel 1933, causa la terribile bloody sunday in cui morirono Campari, Borzacchini e Czaikowski.

Non a caso è il primo tracciato in cui si interviene sull’onda emozionale di un’immane tragedia, prendendo, in vista dell’edizione 1934, un provvedimento draconiano: praticamente spezzare il tracciato a metà, introducendo complesse e castranti chicane e creando così una sorta di corto e ammosciante tilkodromo ante litteram. Mica finisce qui, perché nel 1960 scoppia la grana dell’uso del banking per le F.1, che fa inferocire i team inglesi, i quali non senza ragioni ritengono che l’uso delle Sopraelevate favorisca oltremodo la Ferrari, preferendo così boicottare e disertare la corsa.

L’anno dopo, una toccata tra von Trips e Clark a inizio Gp provoca uno degli incidenti più gravi nella storia della F.1, con la fine istantanea del campione tedesco la cui Ferrari semina morte tra la folla, appena prima della Parabolica. Eppure Monza resta inestricabilmente il tracciato più rappresentativo, sfavillante e grandioso della F.1. Ricettacolo delle imprese più belle, appunto, il Tempio della Velocità. In tempi moderni Abu Dhabi versa fiumi di dollari per garantirsi il fregio di Gp d’epilogo del mondiale. Negli anni più intensi e iconici della F.1 questo onore toccava a Monza, qual diritto onorario acquisito dal suo stesso sussistere, aristocraticamente ma non sdegnosamente al di sopra di tutto e tutti.

Tanto che nel 1966 il regista John Frankenheimer nel suo “Grand Prix”, film affresco praticamente definitivo sull’epopea dei Gran Premi ruggenti, sceglie proprio Monza quale luogo e evento catalizzatore dell’entusiasmente e drammatico epilogo della trama. Rispolverando spettacolarmente la Sopraelevata, su cui a fine Anni ’50 i migliori piloti di scuola europea avevano già sfidato in due riprese gli assi della F.Indy nel leggendario “Trofeo dei due Mondi”, laddove i fortunati tifosi ebbero il privilegio di veder sfrecciare - e soprattutto udire - la mostruosa e assordante quanto mitologica Novi. Gli statunitensi vinsero entrambe le edizioni, Jimmy Bryan nel 1957 e Jim Rathmann nel 1958, ma poco importa, le prodezze di Luigino Musso e una delle ultime apparizioni agonistiche - peraltro fulminea quanto sfortunata - di Juan-Manuel Fangio, restano fiori all’occhiello di un repertorio d’alta gioielleria.

Eppure esattamente quarant’anni fa, diciamo verso la fine degli anni ’70, precisamente nel 1978, l’autodromo sembra giunto alla fine dei suoi giorni. La stessa lunghissima telecronaca Rai del sempre sorvegliato e preciso Mario Poltronieri, sembra quasi la diretta di un lungo addio, ormai quasi ineluttabilmente in atto. Polemiche politiche, istanze ambientaliste e nuove e feroci correnti desiderose di far chiuder baracca dopo l’incidentone al via del Gp d’Italia che segna indirettamente la fine di Ronnie Peterson - a fare purtroppo il paio con la devastante edizione 1973 del motomondiale che vede la fine di Pasolini e Saarinen al Curvone -, tutto sembra spingere verso la fine di Monza e la perdita dello status di Gp d’Italia.

Non a caso nel 1980 il Gp d’Italia stesso emigra a Imola e l’autodromo per antonomasia deve accontentarsi come main event di un’edizione della pur gloriosa 1000 Km in tono minore e delle F.1 della serie Aurora Afx, con le Williams di Giacomo Agostini e Emilio De Villota quali protagoniste di una domenica ormai diventata quasi qualsiasi. Questo caccia il convento, insomma. Ma nel 1981 il Gp d’Italia ritorna a Monza e da allora lì resta, ottemperando progressivamente ai dettami dei più moderni canoni di sicurezza, cambiando maquillage ma mai perdendo la sua intima identità.

Malgrado pretese a tratti economicamente quasi insostenibili di Bernie Ecclestone, malgrado gestioni passate non al riparo delle penetranti attenzioni della magistratura, perfino malgrado episodici attacchi di quegli amanti della natura troppo spesso volutamente ciechi nel non voler vedere che la pista all’interno del Parco Reale resta la garanzia più bella della tutela ambientale di quest’ultimo, piuttosto che il presupposto per il suo degrado.

E perfino malgrado quelli che vorrebbero abbattere gloriosi tratti superstiti della stupenda sopraelevata, ignorando come solo gli ignoranti possono placidamente ignorare, che sull’autodromo tutto ciò che non è cronaca e presente rappresenta monumentalmente un passato meraviglioso che sol per questo va tutelato, carezzato, ammirato e salvaguardato, visto che incarna ed è patromonio che l’intero mondo del Motorsport adora e ci invidia.

Resto dell’avviso che la pista più bella del mondiale sia Spa-Francorchamps, eppure penso, e non sono certo e mica il solo, che l’atmosfera, l’allure e la filosofica lucentezza corsaiola di Monza restino impalpabili, storicissime, eterne e magiche caratteristiche, del tutto uniche nell’universo mondo dell’automobilismo da corsa. Per questo, nel prossimo weekend, a prescindere da chi sarà il vincitore, magari fatelo un po’ più lungo, il vostro l’applauso, e dedicatelo a quel nostro tesoro al quale non dobbiamo mai scordarci di volere un bene immenso. Sì, dedichiamolo a Monza.