Ma quando ci si deciderà finalmente a realizzare un meritatissimo monumento equestre a Daniel Ricciardo? Cosa deve fare per meritarlo, più di quello che già fa?

Nella fattispecie, per monumento equestre - più che statua da apporre in qualsivoglia prestigiosa piazza cittadina d’ognidove -, intendo sotto metafora un chiaro, deciso e concludente interesse di mercato da parte della Ferrari, visto che tenersi l’amato Raikkonen fin dopo il 2018, anche no, eh. 

Prendi Monza. Sedicesimo al via e quarto alla fine, a quattro secondi da Vettel. Fiuu, che cosa poteva fare di più? 

Quello di Daniel Ricciardo è caso strano, perché sembra quasi che la simpatia e il perenne ipersorriso al dentifrico finiscano con l’oscurare mediaticamente classe, aggressività e efficacia da predatore meravigliosamente incarognito. 

Ecco, quando uno pensa a lui, per associazione mentale, prova soprattutto la simpatia istintiva che va all’unico pilota del Circus sempiternamente di buon umore. 

Quello che quando vince beve dalla scarpetta, sì, lui.

Un buontempone, via, uno magari certe volte pure sciaparello, un simpaticone, insomma.

Troppo spesso mettendo in secondo piano che l’australiano è rimontatore tra i più irriducibili, sorpassatore micidiale - vero Raikkonen? - e re dell’infilata in controfinta, indipendentemente dall’uso del compiacente Drs. 

E Monza è l’ulteriore conferma di queste considerazioni. 

Nonché l’occasione per vederlo consolidare il quarto posto nel mondiale, ai danni di un Kimi poco efficace quanto anonimo. 

Grande, Daniel. Stai diventando l’incubo di Verstappen. E in gara per poco non prendevi e passavi pure Vettel, sol per questo fortunato.

Cioè, andiamo con ordine. 

Dai, in Formula Uno ci sono pochissimi punti fermi, ma di quelli tosti.

Per esempio, nell’era turboibrida se non hai una Mercedes o una Ferrari, non vai da nessuna parte. Ebbene, pur dispondendo di una Red Bull, Daniel Ricciardo ha trionfato cinque volte, dal 2014 a oggi, solo due meno delle sette vittorie che Vettel ha ottenuto nella sua ormai non più corta storia in Ferrari.

Di più. Proprio nel 2014 a parità di Red Bull, l’italo-australiano aveva letteralmente sverniciato Seb, quand’anche va riconosciuto che il team specie nella seconda parte della stagione facesse di tutto per demoralizzare il tedesco, per tattiche, materiale e trattamento.

Fatto sta che Ricciardo medesimo ora, - complice anche la mancanza d’affidabilità della Rb13 di Max, certo, ma non solo - sta mettendo sempre più in serissima difficoltà il pur fortissimo e tostissimo Verstappen medesimo, che da sensazionale e immediato vincitore del Gp di Spagna 2016 e annunciato asfaltatore di chiunque, ora vive un momento delicato nella sua carriera anche perché a fargli da riscontro usurante e abrasivo ha Daniel. 

Uno che in Ungheria, appena buttato fuori, ha smesso di fare il sorrisone tontarello spiegandogli gestualmente due cosine: 1) Fanculo. 2) Me la pagherai. 

Ecco, ha pure carattere, Daniel. Della serie, Max può ben pensare che per sfortuna che c’è Ricciardo.

Insomma, conti, fatti e dati alla mano il pilota più lanciato, in ascesa e in crescita del mondiale, l’mvp, il Most Valuable Player in via d’atfermazione sembrerebbe proprio il 28enne australiano.

Uno considerato molto meno di quanto merita.

Uno da guardare con sempre più stima attenzione e rispetto, mica perché al paddock ride sempre, ma poiché in pista, filando come un missile, da un quadriennio a questa parte ha tolto a turno il sorriso a qualunque rivale.

Editoriale del Direttore: Monza, una sconfitta che fa girare le balle