E così anche l’altro ieri a Misano, al termine di una gara del motomondiale bella e tirata, sotto il podio il vincitore meritatissimo della MotoGp Marc Marquez è stato sonoramente fischiato da una parte del pubblico. Sostanzialmente lo stesso fenomeno - più contraddistinto foneticamente da buuuuu di disapprovazione, per la verità, ma non per questo diverso nella sostanza -, s’era verificato la domenica precedente a Monza, nei confronti di Lewis Hamilton, fresco trionfatore - anche in questo caso con pieno merito - del Gp d’Italia di F.1.

Come minimo comun denominatore, due vincitori indesiderati - da una fazione pro Vale Rossi e dall’altra pro Ferrari - che sol per questo vengono bersagliati da intemperanze atte per quanto possibile a incrinare l’atmosfera di festa bella e pura sul podio.

Niente di nuovo sotto il sole o sotto le nuvole, si dirà, ma anche no. Perché nel mondo del Motorsport, MotoGp o F.1 fa lo stesso, questi che sembrano comportamenti quasi giocherelloni, licenziosi, simpaticamente partacciari e niente più, in realtà sono violazioni gravissime e aggressive del senso del laicamente sacro che ha una corsa rispetto a qualsiasi altra manifestazione sportiva.

Perché il verdetto di un evento racing non è mica Solbiatese-San Giovanni Pro Fiamma dopo il triplice fischio finale, no, non ha niente in comune rispetto all’epilogo del più inferocito torneo di bocce al dopolavoro ferroviario o al più psicologicamente devastante possibile mondiale di scacchi.

No, in una gara degli sport motoristici, anche la più semplice, ludica, financo solidaristica e meno ambiziosa - vero Max Biaggi? - si rischia la pelle. 

Si mette in palio la cotenna.

Quindi, una volta finita, nei confronti di chi va sul podio - e idealmente di tutti gli altri partecipanti -, la scelta dei veri appassionati di Motorsport, moto, auto o sidecar fa lo stesso, è ristretta a due possibili comportamenti: applaudire o andarsene.

Negli sport estremi - e l’universo mondo del Motorsport ne racchiude tanti, tra cui F.1 e MotoGp - la conclusione dell’atto agonistico è sempre rivelazione d’un ordine di merito e allo stesso tempo omaggio di chi ha assistito al coraggio mostrato dai contendenti.

Mai e poi mai disapprovazione.

Perfino nel pugilato, che libera adrenaline e endorfine con modalità diverse, nella stragrande percentuale degli incontri - al di là delle roboanti dichiarazioni della vigilia -, c’è totale rispetto tra sfidanti, con tanto d’abbraccio finale e serenità tra il pubblico. A meno che non esistano dubbi che il match sia stato truccato, sporco o che il verdetto non premi il vero vincitore, ma questi rischi il Motorsport - nel 999 per mille dei casi - proprio non li corre.

No, il Motorsport dopo la corsa vive il rito liberatorio della premiazione che anzitutto, soprattutto ed esclusivamente è, deve essere e deve restare, omaggio corale al rischio corso dai piloti.

Felicitazione sincera e stringente per lo periglio scorso.

Nelle corse non esiste il tifo contro.

Chi non capisce questo, non ha capito nulla. 

Il Motorsport non è migliore né peggiore del calcio o della palla avvelenata, in termini di valore assoluto, ma resta qualcosa di profondamente diverso. 

L’approccio da curva sud non ha senso, sotto un podio di una gara motoristica.

Così come a Wimbledon, nell’ultrasecolare e sacrale torneo di tennis sull’erba, un buuuuuu con tanto di fiaschiata durante le fasi di gioco o alla premiazione provocherebbe l’allontanamento del riottoso, nel più educato dei casi, a spinte e calci in culo da parte della security.

Poiché ciascuna disciplina è mistero laico, ha litugie e valori da rispettare, alcuni felicemente comuni a tutto lo Sport, altri più profondi e accentuati in alcuni contesti.

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Al Tourist Trophy dell’Isola di Man, la gara motoristica più prestigiosa, antica e pericolosa del mondo - se vogliamo una Wimbledon per bambini cattivi -, alla fine i migliori tre ritualmente subito dopo l’arrivo si danno la mano a catena, col primo che stringe contemporaneamente il palmo al secondo e al terzo, formando per pochi secondi un tutt’uno. 

E spesso i tre vanno al di là del rituale, abbracciandosi e riempendosi di pacche sulle spalle, come se una guerra fosse appena finita, con loro benignamente e benevolmente salvi e scampati al peggio.

Perché nel nostro mondo degli sport del rischio e anche altrove, penso alle discipline che hanno il mare per superficie di gioco, ma anche alpinismo, paracadutismo, bob, discesa libera e tant’altro, ancora vige da sempre e deve continuare a vigere l’assoluto rispetto per l’avversario e in più un supplemento di tutela, copertura e protezione dal dileggio. In un clima ben diverso rispetto a ciò che può accadere nel dopodoccia d’un qualsiasi torneaccio scapoli-ammogliati al campetto vicino la ferrovia.

Sennò proprio non capisco perché nei giorni qualsiasi sui social le bacheche di tutti gli appassionati restino piene di accenni commossi e di dolore inesausto nei confronti di Ayrton Senna, Marco Simoncelli, Daijir? Kat?, Jules Bianchi e tanti altri, ma poi, il tempo di andare a Monza e Misano, e ci si scorda di tutto e di tutti e ci si comporta come se non peggio che allo stadio, con l’aggravante che - non esistendo il facile bersaglio dell’arbitro cornuto -, lo sputo morale va solo ed esclusivamente a chi batte legittimamente e meritatamente il proprio beniamino.

Ecco, cari tifosi italiani, sappiatelo e sappiamolo, di questo passo, mal rappresentati da una minoranza chiassosa, maleducata e ben distante dalla compostezza dei più, stiamo entrando nostro malgrado a ampie falcate nel cerchio tutt’altro che magico riservato ai peggiori, anche se non siamo soli.

Dai, diamoci un taglio. 

Piuttosto che sudare e andare in ansia anelando alla prossima bella figura della Ferrari e di Valentino, cominciamo a farla noi, la prodezza, l’exploit che riscrive la storia, alla prima occasione in cui trionfa un campione incidentalmente inviso ai più.

Un bel respiro, sorridiamo e impariamo a applaudire il vincitore sgradito o, nella più basica e infeconda delle ipotesi, anche se in questo caso proprio non vi seguo, almeno imparate a stare zitti.