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Non a caso già nel prossimo Gp Usa ad Austin Lewis vanta non labili possibilità di chiudere la partita nella lotta col rivale tedesco in netto anticipo. 

Ciò accadrebbe se al termine della gara sul Cota - Circuit of the Americas - dove Hammer è il vero re, avendo vinto quattro delle cinque edizioni disputate e restando a tutt’oggi imbattuto nell’era turboibrida -, l’inglese riuscisse a allargare la forbice del suo vantaggio da 59 a 76 punti, ossia guadagnando altre 17 lunghezze in un colpo solo. 

Cosa possibile se vince e Vettel finisce sesto o peggio, oppure se lo stesso Lewis giunge secondo e Seb non fa meglio di decimo e Valtteri Bottas - attenzione, a tutt’oggi pure il finlandese seppure in linea del tutto teorica resta in lizza per il mondiale - non vince la gara.

Da qui il grande ottimismo mostrato da Lewis nel dopogara di Suzuka, quando si è lasciato fotografare con l’anello da Indy 500 winner prestatogli per l’occasione dall’intervistatore Takuma Sato, sfoggiando anche gestualmente il segno del poker, quasi a sottendere una speranza talmente rafforzata dalla corsa giapponese, da sfiorare la sicurezza.

E come ciliegina sulla torta, a far da ulteriuore discriminante in caso di parità finale, ci sarebbe il numero di vittorie di tappa, che vede l’attuale capoclassifica nettamente in vantaggio con 8 centri, il doppio dei 4 di Vettel e il quadruplo dei 2 di Bottas, con quest’ultimo che non può più raggiungerlo quanto a trionfi.

Tutto ciò anche se Lewis conosce benissimo il sapore amaro della delusione, visto che nel 2007, al suo debutto in F.1, al termine di un’annata clamorosa, sorprendente e esaltante, aveva ancora bisogno di un quarto posto nelle ultime due gare per essere proclamato campione e la cosa non accadde. Anzi, lo stesso Hamilton finì in una spirale negativa dalla quale uscì premiato a sorpresa il nome e la faccia sbalordita di Kimi Raikkonen - peraltro non certo immeritatamente -, al termine di un incredibile Gp del Brasile a Interlagos.

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