Se Robert Kubica riuscirà a concretizzare la sua idea meravigliosa di tornare a gareggiare in F.1 dopo otto anni d’assenza e prognosi puntualmente infauste, potrà e dovrà dire grazie a chi vuole e a chi crede, ma in una posizione sufficientemente buona e alta ci sarà il team che più di tutti ha creduto in lui: la Williams.

E non è mica un caso. 

Perché la squadra del leggendario Frank, surrogato per motivi di salute sempre più dalla figlia Claire, a sua volta sostituita causa recente maternità da Paddy Lowe - direttore tecnico e azionista - &Company, ormai è l’ultima geneticamente superstite a incarnare il classico, amato, vincente top team indipendente membro della Foca, la Formula One Constructors Association, che fu la leva d’ingresso al potere vero in Formula Uno per Bernie Ecclestone, da metà Anni ’70 in poi. 

Certo, nominalmente ci sarebbe anche la McLaren, tra i garagisti che sfidarono Enzo Ferrari, ma la factory che fu di Bruce ormai è una corporation passata attraverso cambi di proprietà tali per cui nei decenni, dopo Teddy Mayer, le iniezioni della Marlboro, l’arrivo di Dennis, l’estromissione di Mayer, l’entrata di Mansour Ojjeh l’uscita di Mayer e l’assetto attuale che vede in plancia di comando la Mumtalakat Holding Company del Bahrain e Tag Group delo stesso Ojjeh, di ciò che fu il nucleo e lo spirito primigenio c’è rimasto solo il color arancione papaya. Anche se, certo, il fascino resta eccome.

Ma la Williams che può e vuole credere in Kubica ben consigliata dal neomanager Nico Rosberg è qualcosa di diverso. 

Di più antico e agile. 

Qualcosa di completamente differente da quei Ministeri della Velocità che sono i big team dei megacostruttori d’oggidì, quelli che, tipo Mercedes, devono rendicontare a un complesso consiglio d’amministrazione, con equilibri delicati, a volte incerti e inerti.

La Williams no. 

Certo, ha bisogno di appoggi e finanziatori, ha il suo bravo azionariato, dal marzo 2011 è quotata alla Borsa di Francoforte, ma ancora di fatto nella ragione sociale vanta un cognome che corrisponde a quello di un uomo che esiste ancora e che, al di là delle vicissitudini e delle sofferenze della vita, dentro di sé vanta il germe irredimibile della passione pura per le corse.

La Williams, al di là del passato dai e vai di Toto Wolff, dell’entrata ingombrantissima in azione di papà Lawrence Stroll e delle inevitabili metamorfosi utili alla sopravvivenza, è quella restata più vicina o meno lontana dal nucleo costitutivo primigeneo e proprio per questo può essere considerata nel patrimonio della Formula Uno molto più indipendente di altri medio-piccoli team quali Force India, Sauber e Haas.

E non è un caso che Renault sul più bello si sia tirata indietro con e da Kubica, lasciando al team inglese l’onore e l’onere di supportare il polacco, ormai alla sua ultima possibilità. Dai test di Abu Dhabi in poi.

Così tocca il cuore e mette i brividi pensare che la squadra che ha vinto 9 mondiali Costruttori e 7 titoli piloti concentrati in gran parte nel periodo in cui era gestita da un irriducibile tetraplegico, sta varando l’operazione atta a riportare in Formula Uno un pilota pronto a superare il peggior handicap fisico mai frapposto per il ritorno ai Gran Premi di un ex vincente.

In tutto questo c’è qualcosa che va al di là della pura impresa e che profuma quindi di indipendenza antica e libertà, di coraggio e di mai rinnegata voglia di volere e sapere andare oltre l’ostacolo razionale. 

Qualcosa che la Williams e il suo pionieristico jedi Frank Williams fin dalla seconda metà degli Anni ’80 hanno sperimentato sulla loro pelle. 

E che, da adesso in poi, stanno sublimando di nuovo, credendo nelle capacità, nel cuore e nel brain power di Robert Kubica.

Che la forza sia con voi.

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