Malato da tempo, il nostro caro collega Marco Ragazzoni non ce l’ha fatta. Aveva solo sessanta anni d’età e nel perderlo noi di Autosprint che l’avevamo apprezzato per oltre vent’anni avvertiamo un che di crudele, doloroso e ingiusto. Come ingiusta era la sua sofferenza degli ultimi tempi, dalla quale ha avuto la requie estrema. E per la quale noi tutti commossi insieme all’Editore e alla dirigenza del nostro Gruppo ci stringiamo alla moglie Enza e alla famiglia.

Ecco, queste sono le righe dovute, subite e inevitabili, che non avremmo mai voluto scrivere. Ma Marco, il nostro Marco, romanissimo ma allo stesso tempo neobolognese, lo troverete sorridente, piacevole e vivo nelle prossime, di righe, a partire da questa. 

Marco strafelice che viene assunto da Autosprint all’inizio degli Anni ’90 e che tocca il cielo con un dito solo a respirare l’aria della redazione che aveva più sognato fin da ragazzo. Marco che quasi sempre se ne va a casa per ultimo, perché, tra le altre cose: «Ahò, a me a ’sta nte sto posto la sera, senza tutti ’sti rumori, me piace». Marco che divenendo giornalista mantiene entusiasmo e purezza dell’appassionato vero.

Marco passa l’esame da giornalista professionista, il Direttore Carlo Cavicchi per regalo lo manda alla Indy 500 e lui «’A ’Ma, chiudi te ste du pagine di News Velocità che dopo questa so’ in estasi». Ma l’anno dopo, il giorno in cui l’esame lo passo io e Cavicchi, sempre lui, magnanimo, mi spedisce a Indy, Marco mi dice: «Dammi le pagine tue, te le chiudo io, ché so quello che si prova».

Marco giornalista preparato e scrupoloso. Lavoratore. Brava persona. Un uomo molto onesto. Eticamente specchiato. Empatico. Altruista. E motorsport enthusiast a 360°, auto e moto. E mica solo perché negli ultimi anni era passato a Motosprint. 

No, lui pure di Due Ruote sapeva tanto e aveva visto molto. Da mo’. Un pomeriggio, a me, vicino di scrivania, dice ridendo: «’A Coso, guarda ste foto e soffri...»: già, a vent’anni era volato a vedere il Gp di Gran Bretagna 1979, quello del debutto della Honda NR, la moto più misteriosa di sempre. E lui era pure entrato in tenda Honda, facendo scatti al motore a pistoni ovali e parlando con l’inarrivabile mago Morelli. «Nun te riprendi, questa me la invidierai per sempre». Era vero. È vero.

Marco era un romantico di questo mestiere. Uno degli ultimi. A Sebring 1995, quando la Ferrari con la 333 Sp rivince la 12 Ore dopo oltre 20 anni di digiuno nella classiche, nel corso di un tifone lui, inviato per l’occasione, dalla Florida chiama a casa di Piero Ferrari, credendolo tra lo champagne a festeggiare il momento storico. E invece il figlio del Drake dormiva della grossa e, pover’uomo, tirato giù dal letto, butta là giusto due frasi di circostanza... «Sai che c’è? - raccontava Marco -: certe volte penso che la vera poesia la custodiamo noi appassionati: siamo importanti per le corse come i bambini per il Natale».

Una sera mi sorprese di più. Avevo messo una canzone di Rino Gaetano, su youtube, credo “Gianna”, e lui: «La cosa più strana della mia vita? Il cantante Rino Gaetano morì una notte, in un incidente, a due passi da casa mia, a Roma. Una botta terribile. Uscii e pensai: basta un attimo e finisce tutto. Ti dimenticano. Invece no. Vedi? Rino Gaetano lo apprezzate, lo apprezziamo ancora. A volte non ti scordano. Bella, sta cosa. Rimettile tutte le volte che vuoi, le sue canzoni».

Sai, Marco, stanno chiamando e scrivendo tutti, per salutarti. Pirro, Tarquini, Capello, Merzario, lettori, appassionati e tanti altri. È la solita storia, sai.
A quelli Veri, a quelli come Te, nessuno li scorda.