A vederlo, Daniel Sexton Gurney, classe 1931, sembrava un Clint Eastwood con un anno in meno e un sorriso in più. Invecchiato altrettanto bene, eternamente bello financo da ottuagenario, nonché altrettanto sideralmente alto. 

E un’altra differenza non da poco. Eastwood il marine l’aveva fatto alla grande nel film “Gunny”, Dan Gurney in Corea. Nella guerra. Quella vera. Con l’improbabile status anagrafico di partenza che lo vedeva figlio di un cantante lirico e nipote dell’inventore dei cuscinetti a sfera. 

Dopo l’alfa, il resto è storia, con l’ultima pagina, l’omega, scritta il 14 gennaio scorso. Epilogo per cause naturali, quanto naturale è stata la causa del suo talento che per oltre mezzo secolo lo ha legato a vario titolo al mondo delle corse. 

Da gran pilota, prima, e da validissimo Costruttore, poi. Ma andiamo con ordine e raccontiamola senza fretta, questa storia che vuole i suoi tempi.

Due anni fa a Milano chiacchierando con Mario Andretti pongo una domanda che immediatamente gli trasmette una sensazione di grande fastidio. Cioè questa: qual è il pilota più forte che hai mai incontrato? 

Lui risponde d’istinto: «Il più forte sono io. Punto. What else?». 

Dai, Mario, oltre te, dico... Ci pensa seccato e poi fa: «Sugli ovali, Rick Mears. Ma sugli stradali Mears non andava. Quindi che ti rispondo a fare?». 

Allora, Mario, dimmi chi è stato il più bravo di tutti come eclettismo puro, quello che si è più avvicinato al tuo modo di prendere le cose e le corse, vincendo ovunque e con qualunque macchina. 

E Piedone: «Va bene. Onestamente, ti dico Dan Gurney».

Ancora oggi a risentire quella chiacchierata, giunti a questo punto, il registratore segna una lunga pausa. Poi Mario riprende il discorso, con un tono diventato improvvisamente diverso. Aperto, sereno, sincero. Quasi nostalgico. 

Sentitelo: «Dan è stato grande, immenso, per tutto quello che ha fatto. Io ero giovane e promettente, avevo 19 anni, correvo sempre e, sì, vincevo quasi sempre. Ricordo un pomeriggio, chissadove negli Stati Uniti, che presi parte a tre frazioni e le vinsi tutte: roba da sogno. Eppure io, quella sera, invece che esser contento, pensavo a Dan Gurney. Sì, a lui che era americano come me e stava correndo per la Ferrari, là in Europa. Dan è stato un modello. Un punto di riferimento, per tanti. E poi, se vai a vedere, ovunque abbia corso è stato race winner. Sempre là, competitivo, velocissimo, adattabile, poco incline all’errore e all’incidente. F.1, Prototipi, Indianapolis, Champ Car, Can-Am, Nascar. Tra l’altro, è una bella persona. Un uomo interessante, affabile, intelligente. E rispetto a me, sicuro, ha vinto complessivamente molto di meno ma, se devo dirla tutta, ha ottenuto di sicuro almeno due cose in più: ha fatto sua la 24 Ore di Le Mans e è diventato un ottimo Costruttore».

Ecco, a volte i ritratti che restano sono così. Fuggevoli ma significativi. Come un quadro impressionistico. Due pennellate frettolose ad acquarello e hai una faccia, due occhi, una vita.

Questo dipinto da Mario, essenzialmente, è stato e resta Dan Gurney

Se ne è andato a quasi 87 anni d’età per le complicazioni di una polmonite, eppure la sua è una di queste storie che nei decenni si stratificano, si filmizzano e entrano in una specie di programma scolastico immaginario che qualsiasi appassionato deve attentamente studiare, se vuole raggiungere la maturità storico-culturale-agonistica.

E, statene certi, vita e opere di Dan Gurney rappresentano e rappresentareanno da sempre e per sempre una possibile domanda in sede d’esame, in vista del diploma di race fan duro e puro.

È vero, in F.1 non ha sfondato, è arrivato in Ferrari - ben introdotto da Luigi Chinetti -, poco dopo di Phil Hill, con l’altro destinato a diventare primo iridato a Stelle e Strisce nel 1961, mentre il biondo lungagnone era finito a tribolare alla Porsche, dove comunque avrebbe vinto alla grande un Gp mondiale, in Francia 1962 a Rouen, dopo che l’anno prima a Rems era giunto secondo, bruciato nel finale dalla Ferrari del debuttante Baghetti

In F.1 aveva vinto pure con la Brabham, in Francia e Messico 1964, poi era partita dal 1966, dall’avvento dei motori 3000 cc, l’operazione Eagle. La sua creatura. Dotata del complicato, brutale e poco affidabile motore Weslake, comunque stupendamente vincente nel Gp del Belgio 1967. Tutto nasce dalla All American Racers, fondata insieme a Carol Shelby, operazione che dà appunto vita anche alla monoposto Eagle Mk1.

Poi, dopo il 1968, la decisione di dedicarsi alle corse e al mercato Usa, con un breve ritorno di fiamma in F.1 nel 1970, quando viene chiamato da pilota in sostituzione dello scomparso e compianto Bruce McLaren, ma a quasi 40 anni per Dan prestazioni e motivazioni non sono più le stesse e da lì l’addio alle corse di pilota, a fine anno, e l’inizio della sua lunga avventura da Costruttore e basta.

Al volante di auto da corsa Dan Gurney ha vinto, su 86 gare disputate in F.1, 4 Gp, più due non valide per il mondiale, alla Solitude 1962 e la Race of Champions 1967, quest’ultima sempre con la sua Eagle. Con sette vittorie in Champ Car, ma tutte su tracciati stradali, a dire il vero.

Però è anche una realtà che Gurney da pilota è giunto due volte secondo alla Indy 500, nel 1968 - quando fu beffardamente battuto da una sua monoposto - e nel 1969, la corsa che avrebbe più di tutti desiderato di vincere, a dimostrazione del fatto che anche su un superspeedway era comunque in grado di competere assolutamente al top.

Ma andiamo alle ruote coperte. Sua la 24 Ore di Le Mans 1967, con la Ford MkIV, insieme a AJ Foyt. Due bestioni tali, lui e il texano, che per farli entrare in macchina dovettero creare una specie di oblò cieco e rotondo sul tetto, a gobbetta, così le teste potevano essere ospitate all’interno di una macchina per loro bassina, tale e quale a un’automobilina da bambini.

E, a fine gara, Dan festeggiò quel trionfo tutto americano, così bello e importante, facendosi passare una bottiglia di champagne da spruzzare per la gioia. Un gesto inaugurato da lui e Foyt che sarebbe poi divenuto rituale planetario di vittoria, nel mondo del motorsport. E che sia stato davvero lui il primo nella storia dell’uomo a farlo, poco importa, Dan è universalmente e mediaticamente ricordato anche per questo e tanto basta.

Non finisce qui, perché il californiano nel mondiale endurance ha vinto pure la 12 Ore di Sebring 1959 e la 1000 Km del Nurburgring 1960.

Niente male anche le sue cinque vittorie in Nascar e le due in Can-Am, a fine carriera.

Da costruttore, le sue Eagle hanno ghermito tre volte la Indy 500, nel 1968 con Bobby Unser, nel 1973 con Gordon Johncock e ancora nel 1975 di nuovo con Bobby Unser. Oltre a vincere, nella Usac e nella F.5000 Gurney si è creato un mercato e figura, a partire dal 1979, tra i padri fondatori della serie Cart, in aperta ribellione contro i soloni della Usac.

Dan Gurney in fondo è stato uomo di corse d’abilità e spirito creativo dal carattere culturalmente e sorprendentemente rinascimentale.

È stato lui, da leggendario innovatore, a lanciare l’uso del casco integrale, un Bell, indossandolo proprio alla Indy 500 del 1968 ed è stato lui a creare il cosiddetto flap di Gurney.

Fantastica anche la competitività mostrata da costruttore nell’Imsa Gtp, con due titoli consecutivi conquistati da Juan-Manuel Fangio II grazie anche all’ottimo legame stabilito con la Toyota che dà vita alla MkII, al top nel 1992-1993

Tornando alle monoposto, la sua creatura dal nome alato ha corso per l’ultima volta nella massima serie americana per monoposto nel 1999, quando le cinque gare finali della stagione furono disputate quattro dal nostro Andrea Montermini e una, l’ultima, da Raul Boesel.

Il suo marchio è stato complessivamente vincente in 78 competizioni internazionali di alto livello. Dei suoi figli, Alex ha seguito con dignitosi risultati la carriera di pilota, mentre Justin, dal 2011, è divenuto titolare della All American Racers, peraltro con le mani in pasta nel campo della progettazione e ingegneria per l’auto, toccando anche le due ruote, come dimostrato dal progetto Alligator e perfino il settore dell’aeronautica.

Dan Gurney, comunque, fino all’ultimo ha continuato a professarsi letteralmente innamorato del mondo racing.

Nel 1980 fu protagonista di un estemporaneo ritorno al volante, nella gara Nascar a Watkins Glen, quando aveva quasi 50 anni. Si dimotrò ancora una volta discretamente veloce e si divertì molto. «È stata solo una botta di nostalgia, causata dal mio immenso amore per le corse» - spiegò. Aggiungendo: «La mia nostalgia per l’abitacolo l’ho acquietata così, ma il mio amore per le corse, invece, beh, quello non smetterà mai».

Amore oggi più che mai profondamente contraccambiato. 

Con un ultimo, ideale e commosso abbraccio dell’intero mondo del Motorsport all’ex marine che se ne va, al termine di quella gloriosa e sputenda avventura che è stata la sua vita.

Rest in speed, Daniel Sexton Gurney.