Ancora qualche giorno di pazienza e poi caleranno i veli sulla nuova McLaren, esattamente il 23 febbraio, un giorno dopo Ferrari e Mercedes, con l’attesissima MCL33

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La vettura - che come noto sarà dotata della power unit Renault, a seguito della clamorosa rottura di rapporto del team inglese con la Honda -, porta fin da ora l’onere ma anche l’onore di un atteso riscatto non più prorogabile, a fronte del più insopportabile dei digiuni iridati. 

Sono infatti dieci anni esatti, da quando Hamilton brucò Massa nel convulso, crudele e indimenticabile finale del Gp del Brasile 2008, che il team non vince più un mondiale Piloti. 

E dieci anni in Formula Uno rappresentano un’eternità. Lasso di tempo in grado di consegnare agli archivi e nel dimenticatoio quasi chiunque, anche se la Casa di Woking ha palmarés e allure tali da mantenerla ancora e a pieno titolo tra le ballerine di fronte-palcoscenico.

Anche perché quest’anno, esattamente il 9 giugno, ricorreranno i cinquant’anni esatti del primo successo del team nella massima formula, con il fondatore Bruce McLaren che in quel giorno dell’anno 1968 riuscì a ottenere un clamoroso centro sul tracciato di Spa-Francorchamps, sede del Gp del Belgio.

Da allora 12 campionati del mondo piloti sono affluiti tra le dorate scaffalature del team, più 8 Costruttori, per un totale di 182 vittorie nei Gp in 821 partecipazioni complessive, a partire dalla stagione 1966.

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Quanto ad Alonso, sono dodici anni che non vince un mondiale e cinque anni che non trionfa in un Gp, da Spagna 2013 con la Ferrari, per un’astinenza che si dimostra non meno lancinante di quella della stessa McLaren, a secco dal successo di Jenson Button nel Gp del Brasile 2012, con la Mp4-28 ancora dotata della motorizzazione Mercedes. 

Per Alonso, però, il segnale non proprio rassicurante è un altro. Nessun pilota è mai riuscito a vincere il titolo mondiale dopo 12 anni di digiuno dall’ultimo incamerato e questo vorrà pur dire qualcosa.

Di certo il 2018 sarà determinante per la squadra il cui pacchetto azionario è diviso tra la Bahrein Mumtalakat Holding Company ed il Gruppo Tag che fa capo a Mansour Ojjeh.

Uscito e ben accettato nelle sale cinematografiche e in Dvd il film documentario dedicato al fondatore Bruce McLaren, sancita con una festa - alla quale ha preso parte in veste di ex tester nell’era gloriosa di Senna e Prost pure il nostro Emanuele Pirro -, la definitiva uscita di scena di Ron Dennis e completata con successo l’operazione nostalgia, col ritorno al colore arancio-papaya in Formula Uno, ora è tempo di dare proprio nel Cirus, facendosi forti del nuovo rapporto di fornitura con la Renault e anche dell’apporto del validissimo Stoffel Vandoorne in veste di altro pilota ufficiale, dei non più procrastinabili segnali di vitalità. Magari nel frattempo allevando il giovanissimo e sensazionale Lando Norris, campione in carica nell’Euro F.3. 

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In poche parole, per la McLaren, dopo tre stagioni letteralmente buttate alle ortiche con la Honda - tanto che la sola vittoria sfiorata di una monoposto iscritta sotto le insegne McLaren da Zak Brown è stata quella alla Indy 500 dello scorso anno, fino a che il motore della Dallara di Alonso ha retto -, adesso è tempo di tornare grandi davvero. Adesso o mai più, perché dopo potrebbe essere tardi.

Con qualche prova d’orgoglio fin dai primi Gp dell’annata che va a cominciare, per far capire che la Casa di Woking può brillare non solo grazie ai documentari sul suo glorioso passato, ma anche e soprattutto nelle telecronache dirette in Hd. 

McLaren e Alonso sono i protagonisti della dieta più sfiancante e sofferta della F.1 moderna e il riscatto sarebbe una stupenda dimostrazione di vitalità ritrovata. 

È tempo che il ramadan arancione termini e le premesse ci sono tutte per dare segnali attesi e sospirati quanto concreti.