Cavolo, sono passati trent’anni e sembrano tanti e pochi, quasi fossero trenta secoli o trenta secondi. Strano anno, il 1988. Doveva essere una stagione di stabilità, con l’ultimo ruggito del motore turbo prima del ritorno esclusivo dell’aspirato, invece si dimostrò annata di sommovimenti tellurici, dopo la quale nulla mai fu più come prima.

La cover story di Autosprint di trent’anni fa esatti non ha dubbio alcuno e, sparando a tutta pagina il Grande Vecchio in technicolor, grida felice: “Auguri, Ferrari”! 

Stando a quanto da lui stesso raccontato, il Drake sarebbe nato a Modena il 18 febbraio del 1898, ma il padre denunciò la sua nascita all’anagrafe soltanto due giorni dopo, a causa di una fortissima nevicata che rese inagibili le vie di comunicazione, facendolo dunque risultare come nato il 20 febbraio. Per 18 o 20 che sia, il 90° compleanno è roba da festeggiare con consapevole entusiasmo e così fu.

E, comunque la si mette, quella cover resta storica, perché segna l’ultimo compleanno terreno del Commendatore (e ignegnere honoris causa), il quale, come noto, si spense in quell’anno il giorno 14 agosto all’età di novant’anni. La notizia della sua morte, seguendo le sue volontà, fu divulgata solo a esequie avvenute.

E il primo Gp italiano successivo, a Monza, col pubblico orfano del Drake, vide le Rosse vincere miracolosamente facendo doppietta con Berger e Alboreto, nel giorno in cui lo stradominatore Senna rimase fregato, restando fuori nell’incomprensione del doppiaggio di Schlesser, presente una tantum con la Williams.

Già, Ayrton

Il 1988 doveva essere anno di fecondo acclimatamento alla McLaren, dove trovava come caposquadra il pluriridato Prost, già al top nel 1985 e 1986, invece la stagione segnò l’esplosione infinita dell’asso brasiliano con la quasi imbattibile Mp4/4 by Gordon Murray, dotata del fantastico motore Honda, che aveva appena piantato in asso la Williams.

Tredici pole in sedici Gp e sette vittorie nelle prime dieci gare. Tutto chiaro, per “Beco”. Il trionfo decisivo, in Giappone, a Suzuka, arrivò di rimonta su Alain, a suggellare un’annata fantastica, resa amara solo per l’uscita a Montecarlo mentre Ayrton stesso era in testa comodo comodo. Una sconfitta che divenne lezione e promessa di maggior imperforabilità psicologica. Detto, fatto. Era nata una stella. Per sempre.

Prost avrebbe continuato a essere considerato un grande, ma non il più grande.

Il 1988 sarebbe stato anche l’ultimo anno di Alboreto alla Ferrari. Lì finiva la parte buona della sua carriera in F.1, anche se sul podio ci sarebbe tornato pure l’anno dopo, in Messico, con la Tyrrell.

Sempre tra gli italiani, la Coloni del bravo Tarquini entrava in top ten, ottava, al Gran Premio del Canada. Ricordarlo è fonte di rispetto, plauso, passione ulteriore.

Stranamente, la stagione più monocorde nella storia della F.1, con 15 trionfi McLaren-Honda e uno alla Ferrari, benché mediamente soporifera in Tv, si rivelò la più sconvolgente, rivoluzionaria e indimenticabile per quanto e come avrebbe cambiato la storia della F.1.

A rileggerla ora quell’annata, fin dal suo inizio con le 90 candeline spente dal Drake, fa capire che la storia, apparentemente immutabile, cambia per sempre quando meno te l’aspetti.

E insegna che bisogna restare vigili, a seguire le vicende e le corse di chi si ama, perché basta poco e tutto muta destino.

E, sempre a rileggerla ora, quel’era, regala con levità una bruciante, calda, pungente nostalgia.