Sul fatto che qualcosa si dovesse fare per la protezione della testa dei piloti, niente da dire. Sul fatto che la misura di sicurezza fosse urgente e indifferibile, pure. Sul fatto che Halo sia la sola e definitiva risposta, tante cose da dire. 

Halo non è la soluzione, ma solo un frettoloso e opinabilissimo rattoppo.

Halo non impedisce al pilota d’essere colpito da detriti di piccola e media entità. Halo, che è una gabbia, rischia in situazione d’estrema emergenza d’intrappolare il pilota nell’abitacolo. Halo limita grandemente la visibilità e disturba la focalizzazione.

Halo è funzionalmente anni luce indietro rispetto all’airscreen che di recente Scott Dixon ha provato per l’IndyCar, con riscontri più che incoraggianti.

Ciò detto, facendo ricorso più possibile al buon senso, come ulteriore aggravante ve n’è pure una estetica, anche se l’estetica in questi casi è il meno grave dei problemi, anzi, non è un problema, ma solo una considerazione a latere, una prospettiva trasversale e ulteriore da cui guardare la faccenda.

Per dire che ormai il casco stesso, continuando così, s’avvia praticamente a scomparire come caratterizzazione cromatica personalizzata e elemento identificativo di un pilota di F.1

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Incassato com’è nell’abitacolo dalla seconda metà degli Anni ’90, coperto e impallato dall’Halo, di fatto spersonalizzato da colorazioni sbaffate, multicolori e indecifrabili, ora il casco stesso è divenuto una sorta d’indumento intimo nonché nascosto, un elemento di lingerie e pilota s’avvia a essere sempre più una semi irriconoscibile appendice qualunque della monoposto. 

Non tanto più protetto di prima e, in compenso, financo assai meno riconoscibile.

Cari signori della F.1, con l’Halo siete sempre in tempo a ripensarci.

Perché non lo fate e in fretta?