Ma la fortuna nelle corse, esiste o non esite? Enzo Ferrari diceva di no. Chi vince ha sempre ragione, chi perde ha comunque fatto qualcosa di sbagliato o non ha impedito che si facesse e quindi merita di stare nel torto.

Mario Andretti, invece, più possibilista, ammette: «Quando hai fatto tutto ciò che devi, stai per vincere e sulla tua auto succede ciò che non dovrebbe e non dipende da te, allora la tua è sfortuna e quella di chi vince al posto tuo, pura fortuna».

Ebbene, proverbialmente in F.1 il pilota più sfortunato è considerato Chris Amon, classe 1943, pilota Ferrari dal 1967 al 1969, 96 Gp iridati disputati, tante volte in testa, anche in fuga solitaria e imprendibile e mai al traguardo in un Gp iridato da vincitore. Per qualsiasi tipo di motivo impadroneggiabile, tipo una pompa della benzina fuori uso, una visiera che salta o uno pneumatico che s’affloscia.

Andando a quarantanni indietro, ossia a sabato 4 marzo 1978, ci ricorda che a livello di marche l’omologa metallica di Chris Amon è la Arrows, 382 Gp dal 1978 al 2002 e mai una vittoria.
Proprio quel giorno, a Kyalami, sembrava fosse la volta buona, per il giovanissimo e totalmente sconosciuto marchio inglese, esaltato dalla grande prestazione di Riccardo Patrese. Il team era nato da un gruppo di fuoriusciti dalla Shadow, che l’avevano fondato in una manciata di giorni invernali battezzandolo con l’acronimo delle iniziali dei rispettivi cognomi da fondatori: A era il finanziatore Franco Ambrosio, R il diesse Alan Rees, O il team principal Jackie Oliver, W il tecnico Dave Wass e S il disegnatore Tony Southgate, con una R aggiunta per dare senso alla parola “Arrows”, che in inglese significa appunto “Frecce”, nome quanto mai benaugurante per una factory che sforna bolidi.

Ebbene, la Arrows Fa1, che aveva debuttato a Rio piuttosto in sordina, dopo un inizio guardingo cominciò a infiammare il Gp del Sudafrica con il nostro Riccardo Patrese al volante. Tanto che, completata una torrenziale rimonta, il 24enne padovano si issò al comando dopo aver dato lezioni di guida a tutti i big della F.1, candidandosi al clamoroso trionfo.
Troppo bello per essere vero. Il motore gli andò in fumo quando ormai pregustava il successo, nel giorno in cui toccò (ri)vincere a Ronnie Peterson con la Lotus, a digiuno da Monza 1976 su March.

E fu solo la prima grande occasione svanita. Lo stesso Patrese, sempre su Arrows, avrebbe fatto una grande prodezza nel 1981 a Long Beach, da poleman e poi da battistrada nella prima parte della gara, ma anche in quel caso la fortuna non sarebbe stata dalla sua.

La terza volta in testa per la Arrows fu nel 1989 con Warwick in Canada, ma in questo caso si trattò solo un fuoco di paglia.

Peggio ancora sarebbe andato nel 1997 al campione del mondo in carica Damon Hill, con la Arrows-Yamaha dotata nel numero uno in carrozzeria, in Ungheria, da dominatore netto.
Dopo il secondo stint di rifornimenti sembrava ormai fatta per l’iridato e anche al box Arrows si pregustava il sapore di un trionfo che con ogni probabilità avrebbe cambiato la storia della squadra.

Ma a solo 2 giri dalla fine la vettura rallentò per un guasto alla pompa idraulica tale da bloccare il cambio in terza. La Arrows ferita fu beffardamente sorpassata all’ultimo giro dalla Williams-Renault di Villeneuve.

Per Hill, quindi, alla fine il terzo posto sul podio e l’abbraccio sportivo ma per niente consolatorio del vincitore Jacques Villeneuve.

Così l’Arrows stessa condivide in coabitazione con la Toyota la nomea di squadra più forte a non aver mai vinto un Gp di Formula Uno, con l’attenuante, rispetto ai giapponesi, di aver potuto disporre di capitali sideralmente inferiori. Sia nella gestione targata Oliver che in quella Walkinshaw, inframezzata dal periodo corso sotto le insegne Footwork.
Una sorte comunque ineluttabile, iniziata proprio il 4 marzo 1978 in Sudafrica.

Che non per questo impedisce di apprezzare la validità della factory inglese e di considerare che, anche in F.1, senza quel pizzico di fortuna a condire le giornate più positive, non si va da nessuna parte.