E così adesso secondo alcuni vincere regolari sarebbe perfino una mezza colpa. Prendi la Toyota alla 24 Ore di Le Mans. Troppo sola. Troppo dominatrice. È gente cui piace vincere facile. Così non va. Peggio. Trionfare in questo modo, quasi non conta. Eh, quando mancano i gatti, il sorcio balla e via andare.

Ma, dico, scherziamo? Le Mans da sempre è e resta una sfida in se stessa, del tutto a prescindere da quantità e qualità dei rivali in campo. Far funzionare un prototipo come un orologio senza perdere un colpo per 24 Ore filate restando all’interno delle finestre prestazionali d’utilizzo non è così semplice.

La maratona della Sarthe presenta un garbuglio di variabili tali - tra le quali doppiaggi, meteo, incidenti altrui, cavolate dei genltemen in pista e così via andare -, per cui in tutti i 95 anni di storia non è mai esistito alla vigilia un vincitore annunciato e preventivamente e ragionevolmente certo di condurre in porto l’operazione. Sfidare la Sarthe è come provare a scalare un ottomila senza bombole d’ossigeno: puoi restarci male e farti male, del tutto a prescindere dagli altri rocciatori, alleati o rivali, amici o carogne.

Premesso questo, il concetto è anche un altro. Analizziamo la storia di Le Mans. Delle 19 vittorie assolute Porsche, quante sono state ottenute battendo avversari irresistibili? Nell’era Gruppo5/Gruppo 6 si era arrivati a un vero e proprio monomarca della Giumenta, così come all’alba del Gruppo C, quando a Le Mans si sapeva benissimo che la Lancia avrebbe potuto dar fastidio solo in prova sul giro secco. 

E la maggior parte dei trionfi Audi? Dal 2000 al 2006 ha corso praticamente da sola con rivali dallo spessore sideralmente diverso e distante, a partire dal cetaceo Panoz nel 2000 col 60enne Mario Andretti stupendo, meraviglioso ma mica più imbattibile... E poi la Casa degli Anelli ha incrociato le lame con spadaccini audaci ma di ben diversa scuola quali Pescarolo, Cadillac e Chrysler. E lo strapotere delle Peugeot dell’era Todt preferrarista, addirittura nel 1992 con la Le Mans più desertificata e con meno partenti (28, eh) dell’era moderna, abissalmente superiore alla Toyota d’allora? Tutte imprese belle e ineccepibili? 

Dai. E allora lasciamo tranquilla la Toyota targata 2018.

Mai fino a oggi - e neanche oggi e speriamo manco domani - si può pensare si svalutare, sgonfiare e deglorificare un trionfo a Le Mans solo perché altri han preferito ballare in altre balere. Quindi i successi sono buoni e rispettabili tutti o nessuno. Nello specifico, non ho dubbi: a Le Mans lo sono assolutamente tutti.

Il concetto di fondo è che nello sport hanno torto gli assenti, non i presenti. In ogni caso a chi ci mette soldi, impegno, sforzi, capacità e dignità, è carino non rompergli i coglioni.

Quanto la presenza di Alonso sulla Ts050 Hybrid vincente, è stata una scelta ispirata, bella, stramediatica, ricca di allure e baciata dal successo. E ricca pure di sostanza. Nando di notte contro Lopez con la sister-car ha spiegato al mondo d’essere sempre lesto, tosto e bello ignorante. E adesso il suo trionfo alla 24 Ore diventa precondizione superata per tentare la conquista della Triple Crown, provando a mettere insieme Le Mans col mondiale di F.1 e la Indy 500. Storia bellissima che per non meno d’un paio d’anni ci farà trepidare.

Quanto al raffronto tra Alonso medesimo e questa Ts050, storia semplice: la Toyota avrebbe certamente vinto anche senza Alonso, Alonso avrebbe certamente perso correndo contro le TS050. Ma è un discorso puramente accademico, a fronte di una morale ben più ampia e sorridente.

Sissignori, la Toyota  che esce dall’incubo epocale aggiudicandosi la 24 Ore di Le Mans non merita critiche ma solo applausi. E ci riesce non solo con tecnologia sopraffina, ma, giunti a questo punto, pure grazie a tenacia orientale e capatosta, ma va bene così.

Alla fine la differenza vera è tra chi vince e chi no. In fondo è come conquistare Charlize Theron: meglio arrivarci subito, dopo un liscio e ciao Romagna, ma a chi ce la fa per sfinimento va comunque incondizionatamente il più caloroso e incondizionato degli applausi.

Brava Toyota e viva Le Mans, dunque. E viva pure Charlize Theron.