Strana giornata di Motorsport, quella di domenica scorsa, a proporre un confronto terribile, a pochi minuti di distanza, tra due grandi classiche dei rispettivi repertori MotoGp Vs F.1: Dutch TT a due ruote vs Gp d’Austria a quattro. Compito improbo per la F.1, sulla carta. Visto che la classe maggiore del motomondiale ad Assen dà vita a uno degli spettacoli più belli della storia recente delle corse. Poco importa chi vince e chi perde. Quello interessa solo le fazioni. Ciò che conta è la trama avvincente, l’agonismo meraviglioso, al di là del finale che è solo un particolare, un orpello, ovvero il giusto premio al vincitore.

Poi tocca alla F.1.

Partenza bella tosta, ma dopo qualche giro le tessere del mosaico sembrano andare a posto. A quanto pare, sarà un monologo delle evolute Mercedes Ham-Bot, con le Ferrari malinconicamente lontane, forse perfino dal podio. E invece no. Bottas è out, la Virtual Safety car mal gestita mette in crisi Hamilton e infine pure Lewis rompe. Entrambi, seppur con sintomi diversi, accusano lo stesso tipo di allarme, vale a dire problemi che marcano l’inizio della rottura del motore. E tutto si sconvolge.

Badate bene, lasciamo stare che ci abbia guadagnato la Ferrari e perso la Mercedes, non è questo il punto. Anzi, onore a Wolff & C., è solo un episodio e il mondiale è abbastanza lungo da riservarsi verdetti ben più complessi e strutturati.

Il fatto è un altro: la F.1 riscopre a Spielberg la crudeltà, l’imprevedibilità e la soggettività di un esito che improvvisamente torna a mettere in primo piano il fattore un tempo più capriccioso, instabile e terrorizzante: quello dell’affidabilità. Con possibili conseguenze da scontarsi non solo in gara ma anche in quelle a venire.

Ecco, la prima, quella del ritiro d’un top team in completo default tecnologico, è roba d’altri tempi. Di quando la F.1 non era tutta elettronica e infallibilità computerizzata, ma rivelava spesso la sua fallibilità ciccia & brufoli.

Tanto che Jim Clark sapeva bene che con quella Lotus così fragile presumibilmente non avrebbe mai vinto il Gp di Montecarlo - e mai lo vinse -, perché troppo massacrante per vederlo alla fine al top. In fondo fino alla fine degli Anni ’80 la F.1 ammetteva fisiologicamente dei risultati da scartare, proprio ritenendo fisiologica una certa quota di rotture meccaniche e evitando così che diventassero determinanti ai fini dell’assegnazione del titolo.

In poche parole, quella di domenica è stata una giornata strana e spiazzante, nella quale la F.1 ha finito col pareggiare complessivamente il conto con la MotoGp, riscoprendo il suo volto più antico e nostalgicamente andato: quello della totale imprevedibilità che sconvolge una trama altrimenti, come spesso accade, fin troppo banale. Mentre di converso la MotoGp ha proposto un narrato meraviglioso con un finale che ha visto il solito Marquez fare un boccone di tutti quanti i rivali.

E allora scatta la nostalgia di quando la F.1 era tanta, se non tutta così. Di quando potevi essere bravo quando volevi ma alla fin fine dipendevi dai capricci del motore e della pompa della benzina, che potevano salvare o distruggere carriere intere. Rendendo Chris Amon e Jean Pierre Jarier sfortunieri incredibili e lasciando intendere che gli altri, i più blasonati, oltre che la classe, avevano anche il culo dalla loro parte. 

Tempi in cui l’imperfezione umana era il contraltare scenico della genialità creativa e l’imponderabilità, i gremlins in agguato, una risultante necessaria. Tanto da far germogliare una civiltà mediatico-informativa che al nostro Matitaccia faceva dipingere sulle pagine a vignetta dell’Autosprint dei dopoGp che furono, il grande Mario Poltronieri a mo’ di gufo pronto, appunto, a gufare involontariamente contro questo o quello al grido di“Fuma! Fuma!”.

In poche parole, nel momento più inatteso, quando la lotta stessa per il mondiale 2018 sembrava ormai ammosciata e andata, in Austria la F.1 ha fatto la sua bella figura e ha retto il colpo, andando ad attingere a trame, sensazioni e colpi di scena d’altri tempi.

Rifacendo navigare i tifosi più d'antan su mari in cui, ancora una volta, naufragare è stato dolce.