E così siamo al giro di boa del mondiale, con dieci Gp disputati su ventuno. E i prossimi due appuntamenti, a una settimana l’uno dall’altro, particolarmente infuocati, perché arrivano nella fase di massima tensione tra la capofila Ferrari col battistrada Vettel e i nobili inseguitori Hamilton e Mercedes.

Ma il punto è un altro. Una delle fasi più tese e appassionanti dell’apertissimo mondiale celebrerà le sue vicende, tristemente, su due dei circuiti più brutti, deturpati e meno significativi dell’intero campionato. Cioè rispettivamente il tagliatissimo e ormai insignificante Hockenheim, sede del Gp di Germania, e l’orrendo quanto cunicolare Hungaroring, da più di trent’anni sorta di pedaggio strutturale che la F.1 deve pagare alla spinta commerciale verso Est.

Così, incredibilmente, la categoria che vanta più proposte di nuove sedi per ospitare Gran Premi, il marchio più conosciuto all’interno dello sport, è costretto a celebrare alcuni tra i più importanti, seguiti e sacrali dei suoi riti su due teatri di gara tutt’altro che probanti e capaci d’emozionare o, tutt’al più, di mettere in evidenza le reali capacità di guida dei suoi protagonisti.

Macché. Ingredienti grossolani & filosofia spicciola. Quintalate di downforce, grip a go go, sudare, soffrire e pedalare. Da quando a Hockenheim è stata abolita l’autostrada nella foresta, col raccordo strepitoso e maligno della Ostkurve, ciò che resta è la passerella del Motodrom, sorta di stadio ormai affacciato su uno squallido megakartodromo, cioè, essenzialmente, sul nulla.

Quanto all’Hungaroring, correrci è un offesa al concetto d’agonismo, perché trattasi di toboga infernale, claustrofibica graticola a uso e consumo di masochisti semoventi. Pista preziosa solo per l’apertura politico-commerciale che sottende. Praticamente un Gp di Montecarlo senza case, cose e casi e senza senso, giustificato solo dal culto danaroide di quella che gli intellettuali tedeschi in ben altri contesti definivano Drang nach Osten - in lingua italiana Spinta verso l’Est - a indicare i movimenti e l’espansionismo verso l’Europa orientale. Diciamo pure che un Gran Premio all’Hungaroring diventa bello e spettacolare solo se piove, ma ciò avviene con la stessa frequenza con la quale un tuareg ha bisogno del bagnino sul moscone. Memorabili restano comunque le due vittorie acquee di Button, nel 2006 su Honda e nel 2011 su McLaren-Mercedes.

In altre e sentite parole, i prossimi due Gran Premi sembrano tanto le corse giuste sui posti sbagliati.

Perché mai Liberty Media non comincia a considerare l’ipotesi di togliere dalle scatole mica tutti ma perlomeno i peggiori tra i circuiti più insignificanti all’interno di un panorama mediamente assai piatto e sconfortante? Che senso ha correre gare fondamentali su posti del genere? Allora tanto vale nello stesso weekend fare due bei garoni a Spa e due a Monza - il successivo, fantastico e credibilissimo doppio appuntamento in programma nel calendario 2018 -, allora sì che ci sarebbe da prendere del bromuro per calmare gli animi elettrizzati.

Ma ciò non sarà mai. L’opera si canta e si celebra alla Scala e la F.1 corre troppo spesso nei sottoscala, con due tenori quali Vettel e Hamilton capacissimi di acuti indimenticabili ma costretti, in posti del genere, a cantar canzonacce sgangherate alla meno peggio. Cari di Liberty Media, regalate piste credibili alla F.1 e la F.1 vi darà in cambio Gran Premi indimenticabili. Intanto, turiamoci naso, occhi e bocca e prepariamoci a questi due delicati weekend.

Vinca il migliore, malgrado i tracciati peggiori.