Lewis Hamilton ha trentatré anni e mezzo, quattro titoli mondiali in pancia e 67 Gran Premi iridati vinti. Comanda la classifica mondiale con buone e ragionevoli possibilità di vincere il quinto titolo, raggiungendo Juan-Manuel Fangio, a un livello fino a tre lustri orsono ritenuto pressoché ineguagliabile. Poi nel mirino può esserci solo sua maestà Michael Schumacher, con sette. Di più. Tre settimane fa ha rinnovato con la Mercedes fino al 2020, quindi, in un panorama tecnico-politico-agonistico-regolamentare all’insegna della stabilità turbo-ibrida rettificata, Lewis ha la certezza di poter contare su un supertop team e di disporre di materiale vincente fino a trentacinque anni d’età. Anche se per lui l’offerta non finisce mai perché poi magari l’attende una mega-proposta per finire la carriera in Ferrari, da LH44 che diventa il CR7 della F.1 in chiave tricolore.
 
In poche parole, come Fangio - e a differenza di Schumi all’arrivo in Ferrari - potrà disporre di materiale vincente per tutta la carriera. In altre e poche parole, Lewis Hamilton sta svoltando. Da campioncino giovane, sensazionale e sorprendente, a stella di prima grandezza nel firmamento del Motorsport e semidio della F.1. Spostando così il piano di riscontro e individuando un target di valore assoluto e epocale: assommare in carriera più vittorie di chiunque altro, sia a livello di titoli che nei Gran Premi. Per diversi buoni motivi, validi più adesso che mai.
 
Primo, è il più grande pole-sitter della storia. Nella F.1 moderna del dopo Senna (Ayrton lasciamolo stare) nessuno s’è mai dimostrato più perfetto e letale di lui, sul giro secco.
 
Secondo, è il più grande sorpassatore della sua generazione. E ben al di là di Drs, undercut e cineserie del genere: più semplicemente, Lewis resta uno staccatore formidabile, che ha in Daniel Ricciardo, presumibilimente, il suo più grande e meritorio concorrente specifico, anche se l’australiano non è mai stato follemente imbattibile in qualifica.
 
Terzo, Lewis sul bagnato ora è re incontrastato. Solo vedere come ha asfaltato i rivali a Hockenheim - dove Vettel è saltato tristemente alla Sachs -, girando due secondi e mezzo al giro più veloce dei rivali nei momenti più critici su gomme inadatte, o come ha saputo approfittare dell’acqua in Q3 all’Hungaroring, sono aspetti che rafforzano una leadership morale e meritocratica che fa di lui un punto di riferimento ineludibile in questa F.1.
 
Quarto, l’anglo-caraibico ha colmato quella che sembrava poter essere la sua sola lacuna o, a conti fatti, l’unico teorico punto debole: una certa vulnerabilità in fase di partenza, che l’aveva reso attaccabile, per esempio, dal compagno Nico Rosberg, nell’ultima parte della convivenza in squadra col tedesco.
 
Quindi, Lewis Hamilton non è mai stato così forte come ora. Non solo fa quasi tutto bene, ma non sbaglia niente, non sbaglia più. Male che gli va, nei weekend più bioritmicamente bui, non ghermisce la pole e va a podio, ma nulla di peggio è possibile per lui, affidabilità Mercedes permettendo. In altre parole, gli anni l’hanno reso semplicemnte mostruoso nel livello di rendimento. Sì, tuttora Seb Vettel è un gran brutto cliente e la Ferrari di più, ma ad oggi Lewis resta il peggior avversario immaginabile che chiunque possa incontrare nella corsa iridata.
 
Quinto, Lewis Hamilton non è mai stato così sereno, gioioso e psicologicamente tranquillo oltre che corazzato. Maturando, vanta una spiritualità profonda, complessa anche se di fatto dai dosaggi e dalle implicazioni culturali e psichiche ben differenti rispetto a quella di Ayrton Senna. “Beco” era d’un misticismo più permeante e integralista, biblico, socialmente impegnato e quasi dolorosamente consapevole dell’importanza esclusivizzante della fede e del rapporto con Dio, capace di sfociare in estasi mistiche e fiananco in annunciate visioni. “Hammer”, per parte sua sembra aver costruito una sorta di sincretismo a esoscheletro potenziato, di sensibilità religiosa spirituale più flessibile e trasversale, sorridente e a tratti volutamente gaudente. Una filosofia elastica, d’una leggerezza e una levità caraibica ben amalgamata con istanze giocose, modaiole, fashion victim, tattoo fan, jet set chic e da travelling star quale lui è e sarà. In poche parole, il Lewis Hamilton che esce dalla graticola del bel mezzo dell’estate 2018 è una goiosa macchina da guerra usa a sognar tacendo, a sorridere e sviare, a vincere senza proclamare.
 
Ma dentro di sé i target stanno mutando, crescendo, progressivamente ingigantendosi. La sua carriera sta diventando un universo Marvel a plurirealtà, all’interno del quale in uno scenario narrativo sta lottando con Vettel per il titolo 2018 - ancora mica vinto, lo ripeto - ma nell’altra sta già minacciando Fangio, strizzando l’occhio a Schumi, a proposito dei sette titoli e dei 91 Gp vinti. In fondo uno che ne ha fatti suoi 67 e che ne vince sette-otto l’anno di media, nel giro di tre stagioni, a Dio piacendo, potrebbe aver chiuso la pratica, riscrivendo encliclopedie, Wikipedie e libri di storia, se ancora esisteranno. E occhio, dentro di sè Lewis è molto meno cauto che nelle sue dichiarazioni mediamente misuratissime e paraculissime.
 
L’erculea serenità con cui si sta cannibalescamente muovendo in questo mondiale lo dimostra. Lui ha fame di trionfi. E il languorino è inesauribile. Aver visto sfuggire due titoli, il primo da rookie nel 2007 e il secondo da veterano, nel 2016 con Rosberg, gli ha solo aumentato motivazioni e appetiti. E ora ha tutto per completare un arco narrativo globale in grado di scolpire traguardi epocali nella storia della F.1. Sarà bene esserne consapevoli. In questo strano universo d’eroi piccoli e grandi che è la F.1, ciascuno sta lottando nel suo mondo, compenetrandosi in altri. Vettel e la Rossa vogliono onorare il ciclo Marchionne, Alonso pensa sempre più alla tripla corona e Hamilton, come un Muhammad Ali semovente a 300 all’ora, comincia a carezzare, con quieta ma vorace volitività, l’idea di poter diventare numericamente Il Più Grande.