Non è un bel periodo per Fernando Alonso. Dopo aver annunciato il suo ritiro dalla F.1 a fine anno, lo spagnolo pur vincendo la prova del Wec di Silverstone con Buemi e Nakajima, è stato tolto di classifica nelle verifiche del dopo gara. In altre parole, a parte i trionfi a Spa e soprattutto a Le Mans, non è che le cose gli stiano andando così bene. Ed è un vero peccato, perché la sua classe è intatta e anche in F.1, con un ferro giusto in mano, potrebbe ancora competere al top.
Eppure la sua recentissima, annunciata e ufficializzata uscita di scena dopo 17 stagioni di corse nei Gp - una in meno di Graham Hill -, non ha niente a che vedere con l’anzianità di servizio o il logorio della vita di top driver, che comunque dal 2019 andrà in caccia della Indy 500 e della leggendaria Tripla Corona. 
No, la fuga dalla F.1 è una semplice risultanza della totale assenza della prospettiva di riavere in tempi ragionevoli una macchina vincente, essendo le sue chance nulle coi tre team di alto rango, ossia Mercedes, Ferrari e Red Bull.
Certo, qualche colpa ce l’ha pure lui, peggio, se l’è andata un po’ a cercare, perché negli anni s’è dimostrato a più riprese individualista, ben poco conciliante e non proprio votato al concetto di squadra e collettivo. Ma questo è solo un aspetto della questione, ben più complessa e illuminante non solo sul carattere dello spagnolo ma soprattutto sulle dinamiche discutibili di selezione della Formula Uno di oggi, che peraltro non riguardano mica solo lui.
Su, diciamocelo serenamente: il Circus ha, anzi, aveva o avrebbe a disposizione due personaggi con storie assolutamente uniche e con una caratura umana e psicologica da urlo, tali da fare la felicità di qualsiasi media management: Fernando Alonso e Robert Kubica. Attenzione, non importa quanto siano competitivi o in grado o meno di vincere titoli. Quel che conta, è che due così sulla macchina giusta sono in grado di raccontare leggende in diretta e di creare attenzione, tensione e battage più di qualsiasi Drs o genialata regolamentare astrusa.
Invece no.
Alonso è stato messo in condizioni d’andarsene e Kubica da oltre un anno non viene posto nelle condizioni d’entrare davvero. Perché Nando ha la carriera bruciata dai leader del team vincenti che al fianco vogliono solo degli assistman, mentre Robert a oggi ha avuto le porte sbarrate soprattutto perché, specie alla Williams, c’è gente che paga meglio e più di lui.
Gregari semibolliti, trottapiano sborsanti, figure sbiadite ovvero raccomandate: dietro rarissimi campioni e ottimi piloti in crescita qualche falla da cui far rientrare per benino lo spagnolo e il polacco ci sarebbe, ma il sistema se ne frega. E così le due vicende umane più belle del mazzo, salvo miracoli, sono già nell’archivio della Storia o quasi. Guardandosi attorno e pescando indietro c’è da provare tanto rimpianto per microciviltà agonistiche assai più a misura d’uomo di questo turbo-ibrido Circus, quali la F.1 Anni ’60 e la IndyCar Anni ’70.
I Gp erano strapieni di gente over 35 che aveva litigato con mezzo mondo o dal carattere difficile, quasi impossibile, eppure le maglie selettive erano così larghe da permettere di proliferare a orsi tipo Jack Brabham o Denis Hulme, ovvero a tipini di classe ma belli rognosetti quali John Surtees. Poi, se uno faceva fatica a stare in un team e ad assoggettarsi, poteva pur sempre costruirsela, la sua F.1 vincente.
E pure nella IndyCar Anni ’70 v’era gente che rischiava una mezza scazzottata tutti i giorni, con Andretti, i fratelli Unser, Rutherford, Johncock, Sneva e Foyt che aveva promesso botte a mezzo mondo e che poteva correre dai trenta in su solo per conto suo, con l’autocostruita Coyote.
Ma il sistema permetteva pure a tutti loro una chance infinita, indipendentemente dalla presunta insopportabilità dei caratteri.
Ecco il vero problema.
La F.1 delle macchine sciape e finte, macina e eietta gli Uomini Veri. Non perché siano lenti, ma perché sono scomodi. 
Non servono. Impicciano. Intralciano l’ordine sovrano.
Come in ufficio, a scuola, in fabbrica e in ogni dove, chi sa tacere, calcola e lecca, serve. 
Va, vale e dura di più di chi pensa e ragiona di testa sua.
Peccato. Peccato sul serio.
Alonso che se ne va dalla F.1 non è il solito campione che vicino ai quaranta pensa alla famiglia o alla salute.
No, sul piano tattico-esistenziale siamo di fronte all’esecuzione sommaria in chiave sportiva - anzi, antisportiva -, di uno ritenuto fortissimo ma rompicoglioni assai.
Ed è così che questa Formula Uno privata da Matador non è più bella né più brutta di prima nella lotta per l’iride, ma complessivamente somiglia sempre più a un posto di lavoro qualsiasi, coi suoi criteri selettivi, normalizzatori e autoregolanti, decisamente burocratici e malinconici.
Magari Alonso e Kubica sono bolliti e del tutto e inutili - ammettiamolo per assurdo e mero esempio di scuola - ma una F.1 che mette in condizioni due così di starsene o finire ai margini, lassù in tribuna, insieme a mio zio Raniero, ha ben poco da stare allegra.
E se oltre a ritrovare il lume della ragione un bel giorno ritrova pure se stessa, di certo fa un brutto incontro.